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Il 17 luglio 1921 Sarzana è
al centro di uno degli episodi più emblematici degli anni
dell'ascesa del fascismo: una spedizione squadrista proveniente
da Avenza, capeggiata da Renato Ricci (futuro comandante della
GNR nella Repubblica Sociale), ingaggia un conflitto a fuoco
con un gruppo di Arditi del Popolo; i carabinieri, intervenuti,
arrestano 11 fascisti, compreso Ricci. Il 21 luglio, per liberare
i loro camerati, giungono a Sarzana 500-600 squadristi, capeggiati
da Dum ini (passerà alla storia
per l'omicida di Matteotti); ingaggiata una sparatoria, 5 fascisti
rimangono uccisi, mentre gli altri si danno ad una fuga disordinata
nei campi, incalzati dalla popolazione e dagli Arditi del Popolo.
Il bilancio, alla fine, è di 18 morti e 30 feriti.
Il libro di Luigi M. Faccini Un poliziotto perbene è incentrato
sulla figura di Vincenzo Trani, ispettore generale di P.S. inviato
a Sarzana dal Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi in seguito
ai fatti. Trani, uomo fedele allo Stato di diritto, appura che
a sparare per primi furono i fascisti.Nella prima e unica occasione
in cui le forze dell'ordine si muovono apertamente contro la
violenza e la brutalità dello squadrismo, Trani interpreta
il ruolo dell'uomo - non certo di sinistra - che perde reputazione
e carriera ponendosi nel difficile ruolo di "ago della bilancia"
tra le forze schierate: da un lato la difficile e labile convivenza
tra socialisti e comunisti alla base delle organizzazioni; dall'altro
le camicie nere inferocite dallo smacco subito; nel mezzo la
popolazione di Sarzana, amministrata dai socialisti, reduce da
mesi di violenze perpetrate in tutta la Lunigiana. Nel quadro
di una situazione governativa delicata e dominata dall'ambiguità.
A Trani Faccini dedica anche un film, Nella città perduta
di Sarzana (cast: Riccardo Cucciola, Bruno Corazzari, Franco
Graziosi). L'aggettivo "perduta" del titolo allude
alla tesi di fondo: la città che Mussolini definiva tale
in quanto ormai dominata dai socialisti rappresenta in realtà
un'occasione perduta per la democrazia italiana e, in particolare,
per la sinistra: il 23 luglio 1921, due giorni dopo i fatti,
i socialisti votano contro il programma di Bonomi che ottiene
egualmente la maggioranza con i voti della destra; il 3 agosto
il Partito socialista stipula con quello fascista un patto di
pacificazione che, in pratica, lascia la sinistra italiana in
balia del fascismo armato.
I FATTI
DI SARZANA NELLE RELAZIONI DELLA POLIZIA ( estratto da MOVIMENTO
OPERAIO E SOCIALISTA, N. 1, 1962)
Ancora nella primavera del
'21 la Lunigiana appariva una zona di difficile penetrazione
per il fascismo. Una sorta di protofascismo benpensante si era
manifestata in quelle alleanze demoliberali che, riallacciandosi
generalmente all'Associazione Nazionale di Rinnovamento, promossa
in Liguria dagli onorevoli Raimondo, Coda e Celesia, si erano
costituite in vari centri con l'intento di riunire, a fini elettorali
e di propaganda, tutti gli. elementi d'ordine. Dall'elettorato
non erano venuti che incerti consensi e l'azione dei gruppi conservatori
era ovunque ostacolata dalla generale atmosfera di diffidenza,
in cui non confluivano soltanto i sentimenti delle classi lavoratrici,
se si deve prestar fede alle rampogne contro la viltà,
l'inerzia, l'opportunismo della borghesia, che ricorrevano nei
giornali fascisti e líberalfascisti e persino nei rapporti
di polizia. Il movimento fascista, rispetto alle regioni contermini,
denunciava un rilevante ritardo organizzativo: soltanto nel maggio
si erano costituiti i fasci di Massa, di Carrara, di Aulla, di
Sarzana e di Portovenere. Più antichi erano i fasci della
Spezia e di Pontremoli e non erano mancati naturalmente atti
di provocazione, violenze individuali ed anche, talvolta, vere
e proprie azioni di squadre, ma sembrava assai lontana la possibilità
che il fascismo potesse instaurare in Lunigiana un regime di
terrore.
La
stessa cosa accadeva del resto in tutta la Liguria, che era guardata
con ammirazione ed anche con una punta d'invidia dai sovversivi
di altre regioni. I partiti rivoluzionari, vantando la forza
e la unanimità del sentimento antifascista nei ceti popolari,
erano portati ad attribuirsi tutto il merito della situazione.
Ma il contenimento del fenomeno squadrista era anche, in larga
misura, effetto dell'atteggiamento delle autorità genovesi
che, se si mostravano sollecite nell'offrire il proprio patrocinio
al fascismo quale strumento di propaganda e di agitazione antisovversiva,
erano però restie ad abbandonargli l'iniziativa dell'azione
diretta, che, in periodo di riflusso rivoluzionario, era piuttosto
il terreno della concorrenza che non quello della collaborazione
tra le forze conservatrici.
Così nella provincia di Genova, e specialmente nel circondario
della Spezia, la relativa inerzia dello squadrismo era largamente
compensata dall'asprezza della repressione legale. Secondo un
calcolo de "Il Libertario" della Spezia, alla fine
di aprile erano circa 790 in Liguria i militanti rivoluzionari
detenuti per reati politici. Nel solo circondario della Spezia,
dove la lotta era più intensa, in tre mesi, tra il febbraio
e il maggio, erano state uccise dalle forze di polizia almeno
sette persone. Accanto allo stillicidio quotidiano delle violenze
isolate, dopo l'occupazione delle fabbriche e in correlazione
alla montatura antianarchica seguita all'attentato del Diana,
si erano ripetuti più volte i rastrellamenti a ventaglio
di determinate località, nel corso dei quali si procedeva
sistematicarnente a perquisizioni e a fermi di sospetti e di
pregiudicati; al di là degli immediati risultati "
materiali ", tali provvedimenti di ordine generale avevano
il pregio, a detta del prefetto, di provocare " un salutare
effetto morale sulle popolazioni ".
Non di rado le forme dell'attività poliziesca, travalicavano
i limiti della prassi usuale e delle direttive responsabili.
Talvolta si trattava dell'eccesso di zelo o dell'iniziativa partigiana,
di funzionari subalterni o di semplici militi, come accadeva
nelle piccole stazioni territoriali dei carabinieri, sottratte
di fatto ad ogni controllo; ma altre volte l'esplosione improvvisa
di sentimenti incontrollati riconduceva interi reparti della
forza pubblica al comportamento disordinato e violento di meri
aggregati di folla. E' quello che era avvenuto il 27 febbraio
a Spezia, quando alcuni reparti della Regia Guardia di servizio
nei pressi della Camera confederale del Lavoro, eccitati dal
risonare di colpi di arma da fuoco, avevano aperto una insensata
sparatoria che aveva provocato il ferimento di alcuni cittadini
e nel corso della quale era rimasta casualmente uccisa anche
una guardia: i funzionari accorsi per riportare l'ordine in un
primo tempo non erano riusciti nemmeno a farsi riconoscere; non
prima in ogni caso che con l'intervento di una squadra fascista
la Camera del Lavoro fosse invasa e devastata.Sempre alla Spezia
qualcosa di analogo, sebbene qualche parte dovesse avervi l'elemento
intenzionale, si ripeté il 16 maggio nel massacro provocato
dai carabinieri che da più parti avevano sparato sulla
folla raccolta presso il Circolo Ferrovieri di Via Torino per
festeggiare il successo elettorale dei socialisti e comunisti.
La popolazione da parte sua, ben oltre le reali intenzioni dei
dirigenti operai, spontaneamente aderiva al principio della rappresaglia,
quale doveva essere messo in atto nei tentativi di linciaggio
di agenti della forza pubblica che seguirono le più gravi
imprese poliziesche. Gli stessi scioperi di protesta, che erano
con sempre maggiore stanchezza sostenuti dalla classe operaia,
conservavano talvolta spunti di vigore. Così ad esempio,
alla fine di febbraio, durante lo sciopero per l'uccisione di
Spartaco Lavagnini che aveva assunto alla Spezia un aperto significato
di ostilità per le forze di polizia, il sottoprefetto
poteva rilevare una straordinaria eccitazione negli ambienti
popolari, dove si sperava in una generalizzazione del movimento:
circolavano insistenti voci circa presunti episodi insurrezionali
avvenuti in altre città e, come riferiva un informatore,
il gruppo anarchico andava preparando una serie di attentati
alle installazioni elettriche e ferroviarie della città
allo scopo di radicalizzare l'agitazione.
Per nulla intimorite dall'esaltazione esistente nella popolazione
e dalla esasperazione di taluni gruppi di militanti rivoluzionari,
la cui attività contavano di poter in ogni caso controllare,
le autorità erano invece seriamente preoccupate del nervosismo
che agitava i corpi di polizia. "La campagna a base di odio
e di vituperi che contro la Guardia Regia si svolge quotidianamente
nella stampa sovversiva, e la frequenza di brutali aggressioni
agli agenti della Forza Pubblica, - scriveva nell'ottobre del
'20 il questore di Genova riprendendo del resto una osservazione
non nuova - hanno prodotto nel Corpo, formato in maggior parte
di giovani reduci dalla guerra, uno stato d'animo tale da non
escludere che essi vedrebbero con simpatia un movimento inteso
a fiaccare le forze rivoluzionarie". Considerazioni analoghe
valevano naturalmente per l'Arma dei carabinieri, sebbene in
essa un più radicato spirito di corpo agisse da remora
ad una aperta identificazione con un moto di opinione pubblica.Il
fascismo, che nel '21 raccolse l'eredità degli infiniti
tentativi di milizia antisovversiva fioriti nel biennio precedente,
poteva facilmente inserire la propria iniziativa nelle esplosioni
improvvise della violenza poliziesca invertendo a proprio favore
la funzione fiancheggiatrice in cui le autorità avrebbero
voluto contenerlo.
In generale il fascismo ligure si adattava senza troppe resistenze
al patemalismo dell'autorità prefettizia; nel fascio spezzino
però l'influenza dello squadrismo toscano avvezzo a forzare
la mano alle autorità alimentava uno spirito insolito
di violenza e di polemica. Già il 23 febbraio i fascisti
avevano trascinato un gruppo di marinai in una manifestazione
antigovernativa. Quattro giorni dopo, l'azione di una squadra
fascista aveva spinto le guardie regie all'assalto della Camera
Confederale del Lavoro. Infine, nelle ultime giornate della campagna
elettorale, i fascisti avevano assunto clamorosamente l'iniziativa
della lotta di piazza devastando l'11 maggio la Camera Sindacalista
del Lavoro e il giorno successivo la Camera Confederale. Le forze
di polizia poste a guardia degli edifici non avevano opposto
alcuna resistenza, ed anzi avevano fraternizzato con gli invasori;
anche i reparti giunti di rinforzo, contravvenendo agli ordini
ricevuti, avevano permesso che i fascisti si allontanassero indisturbati
dopo aver compiuto l'opera di devastazione. Per di più
di li a due giorni la provocazione fascista avrebbe indotto i
carabinieri a compiere la strage di via Torino. " Si ha
l'impressione - doveva osservare in quei giorni il prefetto di
Genova, - che i fascisti siano diventati ormai i padroni
della Spezia ... ". Appunto una eventualità del genere
le autorità genovesi non sembravano disposte ad accettare;
ed il prefetto, mentre ordinava una inchiesta sul comportamento
delle forze di polizia, impartiva disposizioni " perché
fossero assolutamente impedite le spedizioni punitive ",
inaugurando nel circondario della Spezia un atteggiamento di
severità che, senza costituire una rinuncia a quell'incremento
di autonomia che era venuto alle autorità provinciali
dalla generale crisi dello Stato, e quindi senza saldarsi mai
veramente con gli analoghi sforzi del governo, avrebbe dovuto,
almeno nelle intenzioni, arginare quei fenomeni di sconnessione
e di sfaldamento che sotto la pressione fascista si riproducevano
a livello locale nell'azione, degli organi dello Stato.
Le giornate del maggio a Spezia avevano dato l'avvio all'opera
di "risanamento" della Lunigiana, che, affidata al
fascismo toscano, aveva le sue più sicure basi di partenza
a Massa, a Carrara e a Pontremoli, dove le autorità non
sottoponevano a riserve il proprio filofascismo. Alla fine di
maggio era stata conquistata Carrara. Il fascio che qui si era
costituito ai primi del mese era poco numeroso ma attivo per
il dinamismo del suo segretario, Renato Ricci, da poco rientrato
da Fiume. Tra il 29 maggio e il 5 giugno la città fu a
due riprese occupata da squadre toscane e al termine di una settimana
di violenze, la resistenza operaia era fiaccata. Sette giorni
più tardi (i conflitti, come è noto, avvenivano
quasi sempre di domenica) le forze del fascismo lunigianese si
concentrarono a Pontremoli. Erano presenti squadre di Massa,
Carrara, Aulla, Spezia e Firenze al comando delo stesso Dino
Perrone Compagni. Mentre il grosso delle squadre occupava il
Circolo Ferrovieri, ritenuto il centro della resistenza sovversiva,
gruppi di fascisti, in maggioranza spezzini, venivano a conflitto
con gruppi operai in località Annunziata. La polizia intervenne
in ultimo per procedere al disarmo della popolazione ed all'arresto
dei sovversivi catturati dai fascisti. Con la caduta di Pontremoli
l'accerchiamento della Lunigiana era completo. Restava da conquistare,
al centro, Sarzana. Appunto verso Sarzana si diressero, il 12
giugno, di ritorno da Pontremoli, trentadue fascisti di Carrara
agli ordini di Renato Ricci, decisi ad attraversare la città
per saggiare la resistenza della popolazione e delle autorità.
Il sottoprefetto della Spezia, che aveva previsto una mossa del
genere, preoccupato di assicurarsi con una dimostrazione di fermezza
un vantaggio iniziale nei confronti dell'avanzante squadrismo
toscano, aveva dato ordine alle autorità di P.S. di Sarzana
di fermare i fascisti che tentassero di transitare armati per
la città e di sequestrare i loro camions. In verità
esistevano in proposito generali e tassative disposizioni governative;
di esse però non sono frequenti le tracce nei carteggi
della polizia ( se si esclude la pura e semplice trasmissione
delle circolari ministeriali) e questa fu una delle rare occasioni
in cui le autorità locali mostrarono di richiamarvici.
Gli ordini arrivarono in ritardo o furono male interpretati,
forse per il loro stesso insolito carattere: le misure di sicurezza
adottate si rivelarono insufficienti ed i fascisti poterono entrare
praticamente indísturbati in Sarzana. Qui, dopo aver provocato
i prevedibili incidenti e dopo aver resistito con le armi al
tentativo fatto dai carabinieri di disarmarli, uccisero in una
sparatoria un malcapitato passante. Mentre la popolazione, chiamata
a raccolta dal suono delle sirene, si riversava armata nelle
strade e dalle campagne si concentrava in città (con un
gesto che dovrà ripetersi più volte), e mentre
la forza pubblica, travolta dalla improvvisa azione fascista,
si andava riorganizzando e si apprestava a reagire, i fascisti
riuscirono a risalire sugli automezzi e ad allontanarsi "dopo
essersi ad alta voce lagnati - scriveva nel suo rapporto non
senza apprensione il vicecommissario di P.S. - del trattamento
avuto dalla forza pubblica e minacciando me e il tenente N....
di farci saltare da Sarzana ".
L'incursione fascista aveva riportato d'attualità la minaccia
che qualche mese prima in consiglio comunale un esponente della
maggioranza socialista aveva rivolto ai notabili conservatori:
" in quel giorno in cui voi aveste la malaugurata idea di
far venire in Sarzana i fascisti a ripetere le loro gesta di
violenza - era stato detto - voi della minoranza sareste i primi
ad essere sacrificati ". Una bomba (avvolta in una copia
del giornale "L'Avvenire anarchico") era esplosa nella
notte del 12 di fronte alla casa di un noto fascista. Il mattino
seguente una piccola folla aveva assediato nella sua abitazione
il segretario del fascio che, preso dal panico, si era difeso
a colpi di fucile, ferendo alcune persone. Essendosi subito diffusa
la voce dell'imminente arrivo di una seconda imponente spedizione
punitiva da Carrara, pattuglie di cittadini armati avevano cominciato
a perlustrare le campagne e nella notte del 13 un camion di militari,
scambiati probabilmente per fascisti, fu fatto segno a numerosi
colpi di arma da fuoco. L'atmosfera di Sarzana era tale che i
fascisti locali si affrettarono a sconfessare l'impresa banditesca
dei compagni carraresi e, per maggiore prudenza, a sciogliere
la propria organizzazione, che si era costituita da appena un
mese.
Il debutto dello squadrismo toscano nella Lunigiana ligure aveva
lasciato irritati sia le autorità che i fascisti, questi
per aver incontrato una resistenza imprevista, quelle per non
aver potuto evitare uno scontro che, fallito come prova di forza,
non aveva avuto altro risultato che quello di guastare ulteriormente
i già difficili rapporti con i fascisti locali. L'irritazione
delle autorità si riversò sul capo dei responsabili
dell'ordine pubblico di Sarzana, il vicecommissario di P.S. e
il comandante la tenenza dei carabinieri, dei quali fu proposto
il trasferimento, con una singolare aderenza al contenuto delle
minacce fasciste (saranno però entrambi presenti a Sarzana
il 21 luglio). A parte specifiche contestazioni di carattere
tecnico, ai due funzionari si faceva l'appunto (date le circostanze
non senza una punta di ipocrisia) di non aver eseguito, come
era stato ordinato, il fermo dei fascisti (i fascisti erano stati
segnalati alle autorità di Carrara, ma queste non avevano
ritenuto conveniente "l'immediato arresto per le gravi conseguenze
per l'ordine pubblico ... che era prevedibile ne sarebbero subito
derivate") e insieme, con un certo cinismo, quello di non
aver proceduto ad arresti tra i sovversivi che erano scesi armati
nelle strade (ma, cercava di giustificarsi il vicecommíssario,
non era possibile non fare differenza tra aggressori ed aggrediti).
Di fatto però sembra che il sottoprefetto di Spezia e
il suo superiore genovese cercassero un qualunque pretesto per
allontanare i due funzionari dal pericolo di rappresaglie e per
prevenire l'eventualità di una più formale ed imbarazzante
richiesta di sanzioni da parte dei fascisti. Al termine della
giornata la situazione appariva al sottoprefetto allarmante e
doveva ulteriormente deteriorarsi. Lo stesso giorno dei fatti
di Pontremoli e di Sarzana, infatti, a Portovenere una spedizione
punitiva partita dalla Spezia era stata respinta dalla reazione
unanime della popolazione: nel conflitto era rimasto ucciso un
anarchico. I carabinieri giunti tempestivamente sul posto avevano
tratto in arresto ben sedici componenti la spedizione. Contrariamente
al solito, gli arrestati furono trattenuti per tutto il tempo
necessario a raccogliere gli elementi della denuncia per concorso
in omicidio. A questa inconsueta severità, che veniva
naturalmente messa in rapporto con l'analogo comportamento della
forza pubblica a Sarzana, gli ambienti fascisti reagirono con
la minaccia di un'azione di forza per la quale andavano insistentemente
chiedendo rinforzi ai fasci dell'Emilia e della Toscana. Non
erano soltanto i fascisti che si agitavano: anche l'autorità
giudiziaria, che, sempre restia a riconoscere la legittimità
della repressione delle azioni squadristiche, aveva sollevato
delle riserve sul tentativo fatto a Sarzana di disarrnare gli
squadristi e di sequestrarne i camions, a proposito dell'atteggiamento
del comando dei carabinieri, espresse nettamente il proprio dissenso.
Quanto al sottoprefetto, che, senza rinunciare alla linea di
fermezza decisa nei confronti dei fascisti (la sera del 12 aveva
fatto fermare e perquisire alla stazione della Spezia tutti i
reduci da Pontremoli, circa una cinquantina, ed aveva fatto arrestare
il segretario del fascio di Massa), intimidito forse dalla cattiva
prova fatta a Sarzana e certamente condizionato dai legami con
gli ambienti imprenditoriali e conservatori della città,
era portato a darne un'interpretazione cauta. e possibilistica,
aveva trovato sommamente inopportuna la lentezza con cui i carabinieri
procedevano agli accertamenti per i fatti di Portovenere (si
trattò in realtà di soli quattro giorni! ) ed aveva
esercitato ogni pressione affinché fossero sollecitamente
rilasciati, almeno in parte, gli arrestati: ma a tale misura
" il Comando della Compagnia dell'Arma dovette addivenire
con ritardo e purtroppo dopo l'arrivo e in seguito alle premure,
direttamente fattegli, dal segretario dei fasci della Toscana,
il Marchese Dino Perrone, dai fascisti vantato come colui che
in recenti gravissime contingenze aveva imposto la liberazione
degli arrestati al Prefetto di Pisa ". In tal modo, osservava
il sottoprefetto della Spezia, quel che con ogni cura si sarebbe
dovuto evitare era avvenuto e " il provvedimento che, secondo
le direttive di quest'Ufficio, non avrebbe dovuto ammettere equivoci,
potette invece apparire come conseguente alle pressioni del Perrone.".
L'ostinazione del Comando dei carabinieri, ed il fatto che a
Portovenere come a Sarzana non fossero stati effettuati arresti
tra i " comunisti ",
con il pericolo di esaltare in costoro lo spirito di resistenza
e di compromettere le autorità in senso antifascista,
ponevano in forse, più in generale, la efficienza del
servizio dell'Arma nel Circondario. Le tradizionale difficoltà
della collaborazione tra autorità prefettizia e carabinieri
sembravano infatti aggravate da una divergenza di valutazioni
politiche. Il sottoprefetto, riservandosi di riferire a voce
" dati di fatto " riguardanti il Comandante della Compagnia
della Spezia (si trattava dello stesso ufficiale che a Sarzana,
il 21 luglio, ordinerà il fuoco sui fascisti), scriveva
al prefetto di ritenere "urgente e salutare" un provvedimento
nei suoi confronti "a garanzia dell'ordine pubblico seriamente
minacciato". Anche in questo caso, come in quello di Sarzana,
la proposta di provvedimenti se non era di diretta ispirazione
fascista era, per lo meno volta ad eliminare una causa di attrito
con i fascisti e a ristabilire le condizioni di più pacifiche
trattative con i loro esponenti: vi era nel fascismo tutto un
settore di conservatori tradizionali che di contro alle pur utili
esuberanza dello squadrismo, aspiravano a costituirsi in partito
dell'ordine ", naturalmente affiatato con le autorità.
Il mese che corre tra la metà di giugno e la metà
di luglio fu un periodo di attesa e di preparazione segnato dai
tentativi di pacificazione nei quali le autorità pateticamente
tentarono di riaffermare un prestigio vacillante. Incidenti isolati
mantenevano però tesa l'atmosfera della regione. Del resto
non avevano mai cessato di circolare voci di una imponente spedizione
punitiva, le cui prevedibili proporzioni andavano anzi ingigantendo
nella fantasia popolare col passare del tempo. Il sottoprefetto
di Spezia, opponendosi alla richiesta di ritirare i rinforzi
di polizia fatti affluire dopo il 12 giugno, prevedeva imminente
l'investimento di Sarzana ormai completamente circondata da località
sedi di fasci numerosi e combattivi: a Massa, Carrara, Pontremoli
e La Spezia, si erano aggiunte Aulla, Avenza, Lerici e Portovenere.
Il 10 luglio appunto i fascisti di Avenza presero l'iniziativa
di ridar vita in Lunigiana all'azione squadristica.- in quaranta
si recarono nelle frazioni di Serravalle, Isola e Gasano, nel
comune di Ortonovo, dove devastarono alcune abitazioni di sovversivi,
in caccia
di armi e di bandiere rosse. Le relazioni della polizia parlarono
di " panico" nelle popolazioni. Il 12, presso Carrara,
in vari conflitti fra anarchici e fascisti si ebbero un morto
e parecchi feriti.
1 partiti "sovversivi" non erano rimasti inoperosi:
sull'esempio delle organizzazioni rivoluzionarie romane avevano
costituito in Sarzana e La Spezia Comitati di difesa proletaria,
che riunivano tutte le correnti dell'antifascismo operaio, dai
repubblicani agli anarchici, dai riformisti ai comunisti. Il
manifesto dell'alleanza, datato al 9 luglio, proibito alla Spezia,
fu invece affisso a Sarzana l'11l (ancora un motivo questo per
il sottoprefetto di dubitare della sensibilità politica
di quel funzionario di P.S.). Non nuova ma vivace era, nel manifesto,
l'insofferenza per l'ostinato ideologismo che faceva ostacolo
all'unità della classe operaia; interessante soprattutto
l'adesione dei repubblicani, già compromessi in passato
con i fascisti e che dopo i fatti di Sarzana sarebbero tornati
ad un atteggiamento non chiaro. All'attività di persuasione
e di propaganda dei Comitati di difesa proletaria si allacciavano
i primi tentativi di organizzazione degli Arditi del Popolo.
A Spezia, i "politici " aspiratori dell'iniziativa
erano comunisti, come Del Magro segretario del Sindacato Ferrovieri,
vicino a sindacalisti ed anarchici, e Bacci segretario della
Camera Confede- tale del Lavoro; anarchici come Binazzi, Marzocchí,
e Mazzei; sindacalisti come Mattias. Comandante militare era
un ex-tenente degli arditi di tendenze repubblicane, che dopo
i fatti di Sarzana si allontanò dall'organizzazione; comandanti
di compagnia il capo delle guardie rosse all'epoca dell'occupazione
delle fabbriche, Vallelonga, e due ex-ufficiali socialisti. L'organizzazione
degli Arditi del Popolo, che al momento dei fatti di Sarzana
contava alla Spezia cento-centocinquanta aderenti, divisi in
Arditi scelti e Arditi volontari, aveva assorbito il preesistente
nucleo delle guardie rosse, una sessantina circa; più
tardi si sarebbe variamente intrecciata con la tradizione del
banditismo libertario ancora viva nella regione. Armi ed esplosivi
non mancavano, sebbene la polizia in ripetute perquisizioni nei
rioni popolari non fosse riuscita a individuarne i detentori.
A Sarzana, tra gli ispiratori dell'organizzazione la polizia
indicava alcuni militanti anarchici, mentre capi militari erano
due ex-ufficiali di complemento repubblicani, la cui adesione
agli Arditi del Popolo aveva provocato una scissione nella sezione
locale del partito, nella sua maggioranza ostile ad una organizzazione
armata). Uno dei due ufficiali, singolare esemplare di "socialista
di guerra", sarebbe passato nel '22 al fascismo diventando
uno dei più violenti squadrasti del luogo. L'altro invece
che, a detta della polizia, non soltanto era organizzatore e
dirigente del corpo degli Arditi del Popolo, ma svolgeva nelle
campagne "un'attiva propaganda velenosa contro i fascisti,
preparando così tutti i contadini a sollevarsi in armi
e ad infierire, come poi è avvenuto, con tutta la loro
ferocia contro qualsiasi appartenente al fascio ", ebbe
a dare durante e dopo i fatti di Sarzana, belle dimostrazioni
di senso della responsabilità e di personale disinteresse.
Gli avvenimenti precipitarono il 15 luglio con l'uccisione a
Tendola di un anziano liberale fascista, certo Procuranti, conosciuto
con il soprannome di " il Diavolo ". Appena la notizia
arrivò a Carrara, la mattina del sabato 16, due camions
di fascisti partirono alla volta di Fosdinovo. Qui, dopo aver
terrorizzata la popolazione con la consueta sparatoria, i fascisti
issarono sul municipio la bandiera tricolore, abbandonandosi
poi alla distruzione del circolo socialista, della casa del sindaco
socialista e di altre abitazioni di cittadini accusati di simpatie
per i sovversivi (tra i quali il parroco). Da Fosdinovo e dai
paesi circostanti ebbe inizio l'esodo di quanti avevano ragione
di temere la rappresaglia fascista: i profughi affluivano a Sarzana,
considerata ancora la meno esposta all'azione squadristica, o
quanto meno la meglio difendibile. L'indomani mattina si svolsero
a Tendola i funerali del Procuranti, con la partecipazione di
un centinaio di fascisti giunti da Carrara su quattro camions.
Dopo i funerali, i fascisti si diressero per Ceserano e Soliera
verso Monzone, nel comune di Fivizzano, dove era stato annunciato
un comizio dell'anarchico Romiti e del comunista Del Ranco La
piccola frazione fu circondata e investita con macabra coreografia
guerresca, nonostante che, rinviato il comizio al pomeriggio,
la popolazione non avesse mostrato alcuna intenzione di resistere.
Tre cittadini furono uccisi, numerosi feriti, ma non in combattimento:
una delle vittime, un ferroviere, fu trucidato mentre prendeva
un bagno in un canale; un'altra, un manovale delle ferrovie,
dovette la morte semplicemente alla sua qualità di operaio.
Da Monzone, dove tra l'altro avevano devastato la sede di una
cooperativa asportandone i fondi della cassa, i fascisti si diressero
ad Aulla dove, incontrato il Romiti, lo bastonarono e, unitisi
ad una quarantina di squadristi locali, si fermarono a pranzare.
1 funzionari di polizia si accontentarono dell'assicurazione
che tutti -i fascisti sarebbero rientrati per la via più
breve a Carrara: ma appunto sulla strada di Carrara questi avrebbero
dovuto attraversare Santo Stefano Magra e Sarzana. A Santo Stefano
i fascisti uccisero due cittadini, uno dei quali un vecchio contadino
iscritto al partito popolare, e ne ferirono altri tre. Poiché
non esistevano in paese circoli sovversivi devastarono alcune
case private, in cui dicevano di temere si preparasse un'imboscata.
Un altro popolare, la cui abitazione era stata invasa, pare si
ammalasse per lo spavento morendone qualche giorno più
tardi.
L'espressione "spedizione punitiva" era in quel caso
più impropria che mai; il terrorismo fascista colpi indiscriminatamente
con lo scopo manifesto di disorganizzare la resistenza sovversiva
e di disorientare le autorità nell'imminenza dell'investimento
massiccio di Sarzana. La popolazione non poté o non volle
difendersi attivamente: se una reazione ci fu si espresse più
tardi, quando i fascisti erano oramai lontani, ed ebbe i caratteri
o di una esasperata furia collettiva come a Santo Stefano (cittadella
del partito popolare, in cui i partiti socialisti pare non avessero
neppure degli iscritti isolati), dove fu incendiato un camion
abbandonato in panne dai fascisti, o di una fredda e inefficace
vendetta, come a Monzone, dove nella notte esplosero senza conseguenze
cariche di dinamite presso le abitazioni di alcuni notabili locali.
Le autorità di Massa non avevano ostacolato in alcun modo
le operazioni fasciste ed anzi il sottoprefetto della Spezia
doveva lamentare, al solito, di non essere stato neppure informato
della spedizione. Di fatto le prime notizie sulle imprese fasciste
della giornata furono portate a Sarzana, dai fuggiaschi che avevano
abbandonato le località visitate dagli squadristi, solo
nelle prime ore del pomeriggio: in tempo comunque perché,
quando i fascisti, lasciata Santo Stefano, proseguirono verso
Carrara, un camion di militari andasse loro incontro da Sarzana
con la consegna di impedire " a qualunque costo " l'ingresso
in città. Dopo un tentativo di resistenza i fascisti abbandonarono
i camions e si dispersero nella campagna; il grosso, da Ponzano
Magra, dove era avvenuto l'incontro con la forza pubblica, seguendo
per un tratto la ferrovia, si diresse verso il Magra, inseguito
dai carabinieri. Un gruppo di undici fascisti, fra cui il comandante
della spedizione, il solito Renato Ricci, fu raggiunto e catturato
da una pattuglia agli ordini dello stesso ufficiale che il 12
giugno a Sarzana aveva affrontato gli squadristi carraresi: dai
fascisti fu messa in giro la voce che Renato Ricci fosse stato
percosso al momento dell'arresto.
Nell'attraversare le campagne circostanti Sarzana, i fascisti
erano venuti a. conflitto con gruppi di civili armati: sul cammino
da essi seguito furono rinvenuti i cadaveri di un fascista e
di un comunista, mentre sette fascisti furono medicati a Carrara
per ferite di arma da fuoco. Alla notizia dell'imminente arrivo
della spedizione, infatti, squadre di Arditi del Popolo erano
uscite da Sarzana in perlustrazione e ad esse negli scontri a
fuoco si erano uniti gruppi di contadini. Nella cittadina, mentre
i fascisti dovevano aprirsi con le armi la strada verso Carrara,
ancora una volta la popolazione "esasperata" era scesa
armata nelle strade "con propositi di rappresaglia";
verso sera vi si erano concentrati "vari plotoni" di
Arditi del Popolo della Spezia e dei paesi vicini, cui aveva
tenuto un comizio il comandante repubblicano delle squadre sarzanesi,
esaltando la disciplina e la combattività dimostrata dai
militi nella loro prima impegnativa prova d'anni. Le autorità
avevano perso il controllo della situazione; un Comitato di salute
pubblica si era costituito intorno al sindaco socialista e gli
Arditi del Popolo avevano istituito servizi di pattuglia e posti
di blocco alle porte della città e nelle campagne. Quando
dalla Spezia giunse il comandante la compagnia dei carabinieri,
per assumere il comando della forza pubblica concentrata in Sarzana,
non poté fare altro che concordare con i capi sovversivi
il rientro nelle proprie abitazioni degli armati, impegnandosi
ad impedire con ogni mezzo l'avvicinarsi dei fascisti e a dare
in caso di pericolo l'allarme alla popolazione con le sirene.
Era, infatti, cominciata l'attesa di una nuova, quella vera,
spedizione punitiva: finora, nonostante tutto, si era trattato
di semplici assaggi. Sembra che i fascisti a Carrara e alla Spezia
ne parlassero apertamente. Certo il Comandante dei carabinieri
in Sarzana riteneva imminente il suo arrivo, che era stato del
resto confermato da notizie confidenziali al sottoprefetto della
Spezia; il prefetto di Massa credeva di poter prevedere in duemila
gli effettivi della spedizione. Lo stesso sindaco di Sarzana
aveva telegrafato il 18 al Gruppo parlamentare socialista: "Comunicate
Governo che spedizione fascista grande stile minaccia Sarzana.
Non dicasi poi autorità non preavvisata", e una delegazione,
della quale faceva parte il vice-sindaco Sabbadini si era recata
a Roma per esporre al governo la situazione: Bonomi alla presenza
dei delegati aveva dato per telefono disposizioni al prefetto
di Genova affinché "a qualunque costo i fascisti
non entrassero a Sarzana ".
Il 18, lunedì, fu naturalmente proclamato a Sarzana lo
sciopero generale ed i numerosi operai sarzanesi che lavoravano
negli stabilimenti della Spezia restarono in città secondo
il consueto modulo difensivo del concentramento entro le mura.
Anche il mattino del 19 il treno operaio per La Spezia fu fermato
e fatto tornare indietro in seguito alla voce improvvisamente
sparsasi di una incursione fascista; voci analoghe provocarono
tra il 19 e il 20 in diverse località del Sarzanese episodi
di panico. Almeno una volta però l'allarme delle popolazioni
fu prodotto dalla effettiva comparsa dei fascisti. Fin dalla
sera del 18, infatti, una squadra di trenta fascisti della Spezia,
male interpretando gli ordini ricevuti, si era accampata nelle
montagne circostanti Sarzana, in attesa di unirsi alla spedizione
proveniente dalla Toscana. Il mattino del 20 costoro, forse -per
il nervosismo che nasceva dal trovarsi isolati in un ambiente
minacciosamente ostile, o forse per alimentare quella paura che
era condizione del successo delle imprese squadristiche, assalirono
nelle vicinanze di Ameglia un gruppo di contadini che lavoravano
nei campi trucidandone uno. La popolazione, furiosamente insorta,
respinse i fascisti e li inseguì riuscendo presso Romito
Magra a catturarne due, giovanissimi, certi Maiani e Bisagno,
che dovevano essere a lungo e ferocemente torturati ed infine
uccisi. La polizia, che non sapeva della cattura dei due squadristi,
non volle credere all'aggressione fascista, ritenendola frutto
di una allucinazione collettiva; ebbe modo così di arrestare
per la sparatoria e la uccisione del contadino cinque abitanti
del luogo e di procedere ad una serie di perquisizioni che fruttarono
un considerevole bottino di armi. Di fatto l'episodio di Ameglia,
nel testimoniare la disposizione delle popolazioni all'autodifesa,
ridestava le più gravi preoccupazioni delle autorità:
il sottoprefetto di Spezia richiese il giorno stesso rinforzi
di truppa per procedere al disarmo delle campagne.
Ormai però il meccanismo della spedizione fascista era
già in moto. Nella notte tra il 20 e il 21 si concentrarono
a Marina di Carrara da Firenze, Prato, Pescia, Pisa, Viareggio
e Massa cinque o seicento fascisti agli ordini di Amerigo Dumini
e Umberto Banchelli. Le autorità dei centri di provenienza
non avevano né impedito né segnalato la partenza
delle squadre nonostante le disposizioni vigenti e l'interessamento
particolare di cui erano state fatte oggetto in questa occasione
da parte del Ministero. Lo stesso vice questore di Massa, saputo
del concentramento, aveva dato ordine che la forza pubblica non
si opponesse alla partenza dei fascisti qualora si fossero allontanati
a piccoli gruppi.
La spedizione si mosse dalla spiaggia di Avenza verso le due
del mattino "in una magnifica luce lunare". "Alle
menti dei fascisti - ha scritto nelle sue "Memorie"
Umberto Banchelli - apparve quella sfilata sulla spiaggia qualcosa
di mistico e di grandioso insieme, ma ad un cattivo profeta apparve
come una marcia funebre ". Da un punto di vista operativo,
infatti, la spedizione era stata male preparata. Il numero dei
convenuti era risultato notevolmente inferiore alle previsioni.
La squadra della Spezia che, come si è detto, aveva raggiunto
le sue posizioni con due giorni di anticipo, costretta a sfuggire
la caccia delle popolazioni inferocite, non era riuscita ad unirsi
al grosso. Il piano d'azione sommariamente schizzato in precedenza
(" investire esteriormente Sarzana con la metà della
forza e con le buone maniere farei rendere dalle autorità
i nove prigionieri; con l'altra metà, se provocati, caricare
a fondo le squadre comuniste che stazionano nelle adiacenze della
città ") non fu neppure discusso dai capisquadra,
ciascuno dei quali del resto aspirava a seguire i propri criteri
tattici ed il proprio estro personale. Secondo Banchelli, per
l'indisciplina e la confusione la marcia della colonna fascista
avrebbe assunto subito l'aspetto di una tragica carnevalata:
essa procedeva senza alcuna di quelle precauzioni che l'ostilità
dell'ambiente avrebbe reso necessarie. In particolare, poiché
il successo della spedizione riposava essenzialmente sulla sorpresa,
la consegna avrebbe dovuto essere di non rivelare in alcun modo
la propria presenza. Ma, quando la testa della colonna giunse
alla stazione di Luni, dove stava transitando un treno per Sarzana,
alcuni fascisti ebbero l'idea di fermarlo e di proseguire con
esso. Il tentativo non riuscì e i viaggiatori poterono
avvertire le autorità dell'imminente arrivo della spedizione,
mentre i colpi esplosi dai fascisti avevano messo in allarme
la popolazione. Più tardi, durante il breve conflitto
con la forza pubblica sul piazzale della stazione di Sarzana,
si vide " il cinquanta per cento dei fascisti scappare lasciando
i colleghi nella buona o cattiva fortuna". "Dichiaro
e sono convinto - scrisse il Banchelli - che la fuga non fu per
sola paura ma per la nessuna disciplina che nessuno aveva insegnato
loro". Banchelli, che del resto scriveva per scagionare
se stesso e Dumini dall'accusa di incapacità, traendo
dall'episodio conclusioni più generali, faceva risalire
la responsabilità dell'inefficienza delle squadre ai capi
nazionali e regionali del fascismo che non avevano provveduto
ad una loro preparazione morale, disciplinare ed organizzativa.
Lo squadrismo curava più la coreografia che la sostanza
di una organizzazione armata, facendo largo affidamento sulla
benevolenza delle forze di polizia e sulla debolezza degli avversari.
Così com'era, per altro, docilmente si piegava agli interessi
eminentemente politici dei capi, né meglio avrebbe potuto
prestarsi ad una utilizzazione demagogica della sua azione. Anche
i fatti di Sarzana dovevano risolversi in un grosso successo
propagandistico e politico per il fascismo.
Troppo d'altra parte si è voluto sottolineare, anche da
parte antifascista, la scarsa combattività degli squadristi
a Sarzana dando eccessivo rilievo all'esiguità delle forze
di polizia impegnate nel conflitto del 21 luglio. In verità,
nella cittadina dove stazionavano stabilmente venti carabinieri
e sessanta militari, erano stati inviati dopo il 12 giugno e
soprattutto dopo il 17 luglio numerosi rinforzi sino a raggiungere
la forza complessiva di cinquanta carabinieri, centocinquanta
guardie regie e circa duecento militari dell'esercito con una
sezione mitragliatrici. Se ad affrontare i fascisti si trovò
in un primo momento soltanto uno sparuto gruppetto di carabinieri
e di fanti lo si dovette all'imprevidenza dei comandanti che,
mentre avevano dislocato notevoli contingenti nelle campagne,
avevano lasciato sguarnito l'accesso dalla parte della strada
ferrata. Certamente soltanto il sopraggiungere di un nutrito
plotone di guardie regie poté impedire ai fascisti di
penetrare in Sarzana. I fascisti arrivarono alla stazione di
Sarzana, in grande disordine, verso le cinque. Sul piazzale era
ad aspettarli una pattuglia di nove carabinieri, un'altra pattuglia
di tre militari di fanteria, due funzionari di P.S. (uno dei
quali era il titolare del locale vicecommissariato, già
in odio ai fascisti per i fatti del 12 giugno) ed il capitano
dei carabinieri responsabile della sicurezza di Sarzana. Più
indietro stazionava un camion con una sezione di mitragliatrici.
Mentre gli squadristi andavano inquadrandosi, i capi della spedizione
si spinsero a parlamentare con il capitano pretenderido la consegna
del tenente dei carabinieri che aveva arrestato Renato Ricci,
il rilascio di tutti i fascisti detenuti per i fatti del 17 ed
il libero accesso in città. Il carattere provocatorio
delle richieste era forse stato suggerito ai fascisti dall'esiguità
delle forze di polizia presenti, che poteva far credere alla
rinuncia da parte delle autorità a difendere Sarzana.
Il capitano consentì soltanto ad accompagnare una delegazione
di fascisti presso l'autorità giudiziaria cui spettava
la decisione della scarcerazione di Renato Ricci e dei suoi compagni.
Mentre si svolgevano le trattative alcuni fascistí tentarono
di aggirare il gruppo dei parlarnentari con l'intento di separare
il capitano dai suoi militi. A questo punto scoppiò improvviso
il conflitto. Come sempre in questi casi è difficile dire
da chi sia partito il primo colpo. Dal colonnello della Regia
Guardia incaricato dell'inchiesta fu affacciata l'ipotesi che
il primo colpo sia stato sparato da un provocatore nascosto nelle
immediate vicinanze del piazzale: nonostante la sua scarsa fondatezza
tale versione ebbe fortuna nel Ventennio, giacché permetteva
di scaricare sugli antifascisti la responsabilità del
conflitto.
Il fuoco durò alcuni minuti: furono sparati in tutto forse
trecento colpi. I carabinieri fecero tra i fascisti quattro morti
e numerosi feriti, due dei quali sarebbero morti più tardi.
I. fascisti uccisero un militare di fanteria e ferirono un carabiniere.
Non va dimenticato che secondo la testimonianza del Banchelli,
alcuni fascisti sarebbero stati colpiti dai proiettili dei compagni.
Cessato il fuoco, i carabinieri si ritirarono verso la città,
mentre restavano a fronteggiare i fascisti i due funzionari di
P.S. Quanto ai fascisti, almeno un centinaio di essi si diedero
alla fuga, sbandandosi nelle campagne, mentre altri, impadronitisi
dei due funzionari, li malmenarono e tentarono anzi di ucciderli.
L'arrivo di un grosso reparto di guardie regie valse a riportare
l'ordine sul piazzale: l'ufficiale che lo comandava, ebbe espressioni
di simpatia per i fascisti e provvide al trasporto ed al ricovero
dei feriti. Una delegazione chiese ed ottenne dall'autorità
giudiziaria l'immediato rilascio di Renato Ricci e degli altri
squadristi arrestati il 17. Come è facile immaginare,
nessuno pensò di arrestare quanti avrebbero potuto essere
indicati quali diretti responsabili dei gravissimi fatti della
mattina. Più sorprendente è che in tutto il tempo
in cui i fascisti attesero di essere riportati a Carrara dai
treni speciali fatti approntare dalle autorità, non si
provvedesse al loro disarmo, con la conseguenza che, quando verso
le nove ne fu fatto sfollare un primo nucleo, i fascisti aprirono
il fuoco dai treni contro le case disseminate lungo la linea,
ferendo un contadino ed un casellante ferroviario. Gruppi di
cittadini armati, forse Arditi del Popolo, attesero allora il
passaggio del secondo convoglio, partito da Sarzana verso le
10,30, ed ebbero un intenso scambio di fucilate con i fascisti,
tre dei quali rimasero feriti ed uno ucciso. Più tardi,
una folla, formatasi forse nel timore di una imminente rappresaglia,
invase la stazione di Luni, dove si diceva fossero discesi alcuni
fasci-
sti, e fermò un diretto (l'episodio fece scalpore) per
appurare l'eventuale presenza su di esso di altri reduci da Sarzana.
Tra i fascisti che le autorità avevano provveduto ad allontanare
vi era anche una trentina di sbandati che le pattuglie di carabinieri
e di soldati erano riuscite a raccogliere nelle campagne. Gli
altri dovettero con i propri mezzi raggiungere contrade meno
turbolente lottando contro i contadini armati e le squadre di
Arditi del Popolo: numerosi in questa fase i feriti e forse sette
i morti, cui si devono aggiungere i due giovani di Spezia torturati
ed uccisi il giorno precedente dopo essere stati catturati dagli
abitanti di Romito Magra. 1 giornali benpensanti riportarono
innumerevoli episodi di atrocità, spesso inventato di
sana pianta, mentre quelli socialisti e anarchici vollero esaltare
l'atteggiamento cavalleresco degli Ardití del Popolo che
si sarebbero indugiati a presentare le armi ai cadaveri degli
avversari. Di fatto casi di atrocità non mancarono: tale
Bertozzi, avendo il viso ridotto ad un ammasso sanguinolento,
fu riconosciuto per una deformazione del piede; altri due fascisti,
trovati feriti il mattino del 22 luglio presso un casello ferroviario,
furono finiti da un gruppo di contadini a colpi di accetta, di
forca, di ferri roventi; sui corpi dei due giovani della Spezia
uccisi il 20 si trovarono " segni di operazioni sconce ".
Sembra però che gli Arditi del Popolo fossero effettivamente
estranei a tali eccessi: gli episodi che si possono ricostruire,
se si esclude l'uccisione dei due fascisti spezzini, paiono ricondursi
a casi di linciaggio da parte di folle terrorizzate. La paura
fu anche il movente essenziale del formarsi di quelle bande armate
che fin dal mattino del 21 luglio vennero segnalate un po' dovunque
nel Sarzanese e nel Carrarese e che molto impropriamente i giornali
assimilavano agli Arditi del Popolo. Già prima di mezzogiorno
il prefetto di Massa che parlava del Sarzanese come di "territorio
insorto" aveva fatto bloccare tutte le vie di comunicazione
con esso per prevenire possibili sconfinamenti. Da Arcola alcuni
timorosi cittadini scrivevano che "bande armate temibilissime
per numero e qualità, poiché sono l'accolta di
tutta la delinquenza rossa, scorrazzano per le vie del paese,
imponendo ai cittadini la consegna delle armi ". "
I carabinieri - aggiungevano - in numero di cinque, impotenti
sia per l'esiguità del numero, che per volontà
deliberata, non osano intervenire, anzi lasciano presumere la
loro tacita complicità ". Tali bande erano spesso
formazioni occasionali di armati, costituite a propria difesa
dalla popolazione contadina, senza altri scopi che quelli immediati
della vigilanza. In alcuni casi però si trattava di raggruppamenti
di fuggiaschi, di persone contro le quali i fascisti avevano
pronunciato il bando o che comunque dai fascisti o dalla polizia
avevano da temere per la propria incolumità: alcuni probabilmente
avevano abbandonato da tempo i propri paesi d'origine. Dopo aver
fatto incetta di armi e di viveri nelle campagne e nei paesi
tali aggruppamenti si accamparono, resistendovi diversi giorni,
sulle alture al confine tra i territori di Sarzana e di Carrara.
Ancora una volta era ricominciata l'attesa di una nuova spedizione
punitiva. Qualche prefettura ne aveva segnalato i preparativi
fin dalla sera del 21; nelle stesse ore, a Sarzana si era avuta
notizia della partenza da Carrara di centocinquanta fascisti
diretti contro la piccola frazione di Marinella, presso la foce
del Magra, ma una pattuglia di militari mandata loro incontro
non ne trovò traccia; una intercettazione telefonica permise
alla sottoprefettura della Spezia di cogliere al vivo un momento
del contrasto che divideva gli ambienti fascisti circa la opportunità
di una nuova prova di forza: un fascista della Spezia, non identificato,
aveva telefonato al segretario del fascio di Carrara perché
impedisse ad ogni costo la partenza della spedizione, che però
l'interlocutore affermava essere già partita; qualcuno
evidentemente era poi riuscito a farla rientrare. Nei giorni
seguenti vari indizi fecero supporre che i fascisti tentassero
di raggiungere Sarzana alla spicciolata: alla stazione di Genova
furono fermati sette o otto fascisti armati. Ancora più
tardi, verso la fine di luglio, si ebbe notizia di un predisposto
concentramento fascista a Pontremoli, da dove si sarebbe dovuta
investire Sarzana. Ormai però una nuova spedizione punitiva
appariva manifestamente irrealizzabile e all'interno del fascismo
pareva che stessero prevalendo gli elementi più moderati.
La minaccia di un'azione di forza in grande stile sarebbe stata
usata in seguito come strumento di costante intimidazione della
popolazione e di pressione sulle autorità, senza però
essere attuata se non entro i limiti prefissati dalle autorità
stesse.
Come nei giorni precedenti, la paura delle incursioni fasciste
aveva provocato ripetuti improvvisi allarmi: nel primo pomeriggio
del 21 a Luni, nella notte a Marinella; il mattino del 22 a Sarzana,
dove l'allarme era stato dato dal suono delle sirene; il 23 a
Ponzano Magra. Come già dopo l' " insurrezione "
di Ameglia, alla paura della popolazione le autorità locali
pensarono di rispondere con il disarmo generale della regione:
in questo senso il 22 il prefetto di Genova telegrafò
al Ministero chiedendo autoblindate e cavalleria per procedere
alle operazioni nelle campagne. Ciò naturalmente avrebbe
significato esporre i contadini del Sarzanese alle rappresaglie
fasciste ed aggiungere alle violenze già subite la iattura
della persecuzione legale. Il Prefetto di Genova non si doleva
certo della resistenza opposta dalla forza pubblica ai fascisti,
che improvvisamente aveva ristabilito il prestigio delle autorità,
gravemente scosso nei due mesi precedenti: appena ricevute le
prime notizie del conflitto aveva confermato le disposizioni
di massima energia in difesa dell'ordine pubblico e, riferendone
al Ministero, aveva giudicato, lo scontro a fuoco un male grave
ma necessario. Ma dal momento in cui la popolazione aveva partecipato
all'eccidio le autorità si erano orientate decisamente
verso un'intesa con i fascisti; quanto meno era diventata loro
preoccupazione fondamentale la neutralizzazione delle bande sovversive,
di cui per altro, d'accordo con tutta la stampa fascista e benpensante,
erano portate a falsare la natura, esagerandone smisuratamente
la pericolosità e attribuendo ad esse una del tutto inesistente
volontà insurrezionale.
Il 21 luglio Bonomi aveva inviato
in Lunigiana con l'incarico di riportarvi l'ordine un ispettore
generale di P.S., già altre volte utilizzato in analoghe
missioni e nettamente orientato, come del resto altri suoi colleghi,
verso la repressione dell'attività squadristica, in cui
vedeva attuarsi una " lenta rivoluzione"; "ferrovecchio
antinazionale nittiano " doveva definirlo un dirigente fascista.
Le direttiva che aveva ricevuto dal ministro erano certamente
ispirate a fermezza: " egli avrebbe dichiarato - riferiva
in via strettamente confidenziale al prefetto di Genova il sottoprefetto
della Spezia - [di] avere istruzione per elencare e illustrare
tutte le violenze commesse da fascisti attenuando [le] responsabilità
[della] parte avversa in questa regione in modo da offrire [al]
Governo " elementi per addivenire [ allo scioglimento [
dei ] fasci". Fin dal primo giorno della sua presenza in
Lunigiana l'ispettore aveva cercato di minimizzare il pericolo
rappresentato dalle " bande ", spontanea e naturale
manifestazione di autodifesa da parte di una popolazione che
non aveva trovato nell'azione della forza pubblica una protezione
efficace contro la violenza fascista. li ristabilimento della
fiducia negli organi dello Stato era a suo avviso condizione
sufficiente alla cessazione di ogni illegale attività
paramilitare da parte degli Arditi del Popolo e delle popolazíoni
contadine. Più preoccupante era il fenomeno dei raggrupparsi
dei fuggiaschi antifascisti in gran numero provenienti dalla
Toscana, cui il timore delle rappresaglie impediva di tornare
nei paesi d'origine o comunque di stabilirsi in centri abitati.
Anche in questo caso però non era ancora compiuto il loro
organizzarsi in bande. Piuttosto le interessate, "continue
affermazioni [circa 1'] esistenza di bande armate - scriveva
da Carrara il 25 - finirà per farle realmente organizzare":
nella condizione dei profughi vi erano i necessari elementi umani
(cui si aggiungeva la spinta della crescente disoccupazione)
al formarsi di un banditismo tra il criminale e il politico di
cui non mancavano nella regione precedenti e a cui non sarebbe
venuta meno la solidarietà della popolazione contadina.
Le pressioni incessanti che erano state fatte all'ispettore dall'opinione
benpensante, dai fascisti e dalle autorità locali affinché
ordinasse una azione energica contro le popolazioni in armi si
conformavano palesemente a torbidi disegni politici: " [I']
on. Giunta - comunicava il 22 da Carrara - ha espresso [il] suo
desiderio che [la] forza pubblica sparasse contro [i] comunisti
per pareggiare [il] grave conflitto avvenuto ieri ". Sia
pure espresse meno brutalmente, a non diverse preoccupazioni
si isprava il prefetto di Genova che gli aveva proposto una larga
operazione di rastrellamento nella campagna e che, forte delle
sollecitazioni avute dal comando della Regia Guardia, si era
mostrato favorevole al ritiro dei reparti che presidiavano la
zona garantendone la sicurezza contro i fascisti. Al prefetto
l'ispettore doveva seccamente obbiettare:
"... Qui- condizioni ordine pubblico se non presentano apparente
gravità, sono però sempre tali da doversi vigilare
massima cura. Si accenna a ripresa spedizione punitiva da farsi
di sorpresa, e giorno funerali vittime Carrara, oltre allo eccitamento
rappresaglie con aperte allusioni da parte degli oratori più
avventati, mi è stato assicurato, da notizie fiduciarie
che si preordini tentativo colpo prima di deporre armi. Saranno
notizie forse destinate a non avere loro corrispondente realtà,
ma con il continuo rinvenimento cadaveri e resti ritenuti umani,
spedizione potrebbe anche essere tentata, e lo avere sguarnito
città campagna Sarzana, nel caso, costituirebbe mancanza
previdenza, alla quale io non ritengo si debba dar luogo ....
Le condizioni della sicurezza di Sarzana sono connesse a quelle
di Carrara ove si parla con termini nobilissimi pacificazione,
ma di fatti si nutrono odii profondi, e si fa tutto quanto occorre
per conservare stato disordine, aumentarlo, per portare a giustificazione
atti delittuosi compiuti. Il confine della provincia di Genova
con Carrara è percorso da molte persone pericolose ordine
pubblico, e che ancora non possono far ritorno loro case, e fino
a quando non si sarà ottenuto che ognuno possa tornare
nelle proprie abitazioni, senza il pericolo di trovarvi la morte
per rappresaglia fascista, non è prudente diminuire i
servizi di sicurezza nella zona di Sarzana. Circa esistenza bande
armate, di esse finora non ne è stata avvistata alcuna
da parte dirigenti servizio sicurezza nelle campagne. Però
è a mia conoscenza che contadini campagna e operai, costretti
tenersi lontani proprie abitazioni per minaccia fas-cista, si
trovano in possesso armi, e che di esse si avvarranno qualora
si troveranno di fronte a spedizioni fasciste. Per prevenire
che contadini non si costituiscano in vere bande armate, occorre
che da parte fascisti si rinunzi alle minacciate spedizioni e
si smetta a seminare la strage nei villaggi e nelle campagne.
E fino a quando non si saranno disarmate le squadre fasciste,
sarebbe opera vana quella di pensare un disarmo che non riuscirebbe
efficace e che verrebbe interpretato come un atto che mentre
varrebbe a disarmare i contadini posti alle ire dei fascisti
(e l'esperienza dolorosa prova a quali limiti suol giungere una
tale ira di parte), lascerebbe questi nelle condizioni di poter
ripetere tristi rappresaglie. Il rastrellarnento se era possibile
nei campi dopo avvenuti i combattimenti in quanto i soldati nemici
portavano uniformi e parlavano linguaggio straniero, non è
possibile efficacemente tentarlo in terra italiana, ove non deve
essere tentato altro servizio che quello che prende di mira coloro
che si rendono responsabili di reato".
Con gli sbandati l'ispettore volle prendere contatto per mezzo
di intermediari: ai negozianti della zona consigliò di
non rifiutare quei viveri di cui avessero bisogno, promettendo
il risarcimento del danno da parte del governo; alla forza pubblica
ordinò di evitare in ogni modo un conflitto armato; cercò
un impiego provvisorio per quanti accettassero di abbandonare
le montagne e sollecitò in questo la collaborazione dagli
industriali marmiferi carraresi; garantendo la protezione della
forza pubblica contro le minacciate vendette fasciste convinse
molti a far ritorno ai propri paesi; al governo chiese di poter
presidiare la regione ancora per un mese, con tutta la forza
disponibile, al fine di ottenere l'effettivo disarmo dei fascisti.
Il 2 agosto l'ispettore poteva annunciare al ministero che gli
sbandati ancora accampati sulle montagne del Carrarese erano
ridotti ad un numero insignificante e che di essi soltanto quattro
risultavano arImatí; l'indomani i carabinieri avrebbero
tentato la cattura dei pochi irriducíbili. Si era così
dileguata la minaccia delle bande armate, "senza [che] fatti
dolorosi [avessero] resa vana l'opera di pacificazione ".
In modo assai diverso, come si è visto, intendevano la
pacificazione i fascisti e le autorità locali. Nel fascismo
i moderati, sostenuti probabilmente dai capi nazionali e confortati
dal famoso appello del Comitato Centrale dei Fasci alla "calma
dei forti", erano riusciti ad evitare che contro Sarzana
si attuasse una nuova spedizione in grande stile ed era questo
certamente il prezzo del ravvicinamento alle autorità.
Il bisogno di vendetta degli squadristi ebbe modo, però,
di sfogarsi in una serie innumerevole di violenze isolate. A
Spezia si ebbero casi di sequestro di persona e di invasione
di abitazioni private a danno dei " leaders" socialistí
locali, nei pressi di Carrara, a,Fossola, nel pomeriggio del
22, una squadra di fascisti, presentatasi con una lista di persone
da giustiziare, uccise due cittadini e ne ferì altri due
con l'aperta connivenza della forza pubblica. La campagna di
odio che da tempo i fascisti avevano montato, cercando di far
leva sui risentimenti della massa crescente dei disoccupati contro
quanti dal Sarzanese venivano a lavorare alla Spezia o a Carrara,
raggiunse in quei giorni le massime punte di asprezza. A Carrara
i fascisti invitarono gli industriali del marmo a rifiutare il
lavoro agli abitanti di Sarzana, Ortonovo, Ameglia e Romito Magra,
ricevendone però un cortese, prudentissimo rifiuto. Alla
Spezia il mattino del 27, l'indomani del ritrovamento dei cadaveri
di Maiani e Bisagno, i fascisti attesero l'arrivo del treno operaio
da Sarzana ed intimarono ai lavoratori di tornare indietro: se
la maggioranza riuscì ad eludere il blocco fascista, una
quarantina dovettero sottostare all'imposizione. Il risentimento
degli squadristi non era diretto soltanto contro la classe operaia
e i suoi esponenti politici, ma contro la borghesia "vigliacca"
e naturalmente contro le autorità, in primo luogo contro
l'ufficiale che a Sarzana aveva ordinato il fuoco sui fascisti.
Qui però i fascisti non erano più d'accordo: se
il prefetto di Genova consigliava il suo allontanamento "
per ragioni di servizio ", e faceva svolgere un'íncbiesta
sui presunti suoi legami con un deputato socialista, i fascisti
moderati, di cui era organo il quotidiano "Il Tirreno",
si sforzavano di contenere le ire dei gregari più zelanti
ricordando le benemerenze antibolsceviche del " distinto
ufficiale ".
Contro l'ispettore ministeríale autorità locali
e fascisti di tutte le tendenze (ed anche, a quanto pare, i popolari)
erano invece solidali.
"Credo mio dovere - scriveva il 30 luglio il prefetto di
Genova al Capo di Gabinetto del Ministro - confermarti in via
confidenziale che i partiti dell'ordine nel circondario di Spezia
subiscono impressione di azione parziale ed oltremodo debole
o passiva da parte Ispettore Generale T... verso gruppi sovversivi
tanto che ieri adunanza presieduta da Sindaco Spezia presenti
rappresentanti tutti i partiti a Ispettore Generale e a Sottoprefetto
queste accuse furono così vivaci che i due funzionari
dovettero ritirarsi e nulla si poté conchiudere. Questa
impressione è condivisa da autorevoli deputati che a me
personalmente la manifestarono". Già il 24 luglio
il prefetto aveva suggerito al Ministero di affidare le trattative
per la pacificazione della Lunigiana al viceprefetto di Genova,
lasciando all'ispettore la direzione dei soli servizi di pubblica
sicurezza; ma, approfondendosi ogni giorno di più il dissenso
sui metodi da irnpiegare nel ristabilimento dell'ordíne,
quando il ministero accordò finalmente al viceprefetto
l'incarico sollecitato, esso apparve alle autorità locali
insufficiente se non congiunto con l'allontanamento definitivo
dell'ispettore dalla regione. Il prefetto di Genova fece in questo
senso ripetute, riservatissime pressioni direttamente sul capo
di gabinetto del ministro, alle quali si affiancarono quelle
dei deputati Cappa e Ollandini sullo stesso Bonomi. La scelta
che Bonomi era chiamato a fare oltrepassava evidentemente i confini
della Lunigiana: sconfessare l'opera del suo inviato significava
consentire che, alle spalle dei governo, le autorità periferiche
ed i fascisti si accordassero in sede locale sui termini effettivi
della pacificazione, nè l'assunzione di provvedimenti
disciplinari contro i funzionari più compromessi con il
fascismo avrebbe potuto compensare adeguatamente la rinuncia
alla assunzione di decisioni politiche concrete. Contento della
sostanza del provvedimento, il prefetto di Genova avrebbe suggerito
egli stesso il modo in cui, nel richiamare l'ispettore, il governo
poteva salvare l'apparenza almeno dell'iniziativa: il 3 agosto
egli scriveva al capo di gabinetto del ministro dell'interno:
"N. 6299 Gab. Sciolgo riserva di cui al mio telegramma ieri
N. 6245.
Více Prefetto Comm. R... da Spezia mi conferma notizie
e giudizi già comunicati ieri da persone autorevoli e
da Sottoprefetto di Spezia circa azione Ispettore Generale T...
Egli non nasconde né a funzionari né purtroppo
a rappresentanti elementi sovversivi che suo proposito è
di non disarmare contadini finchè permanga minaccia fascisti.
A persona che me l'ha confidenzialmente comunicato egli ha inoltre
riservatamente dichiarato essere suo convincimento che Governo
intenda valersi spontanea costituzione gruppi armati avversi
fascisti per contenere violenza fascista. A Comm. A... recatosi
ieri Massa ha dichiarato che egli intende incarico affidato al
R... di pacificatore come menomazione sua autorità, diffidandolo
che egli avrebbe messo contro azione del R... tutti elementi
estremi. E di tale minaccia si sarebbe preoccupato prefetto Massa
segnalando al Ministero pericolo allontanamento del T... Di fronte
a tale giudizio del prefetto competente non saprei assumermi
la responsabilità di una diversa proposta. Sento tuttavia
dovere di osservare che in tal modo ritengo si continui in quella
zona una grave situazione cui non costituirebbe efficace rimedio
neppure eventuale riuscita trattative in corso per pacificazione.
Creare, come le dichiarazioni del T... han fatto, nei contadini
e nei partiti estremi convinzione che non saranno disarmati,
mentre non vale a difenderli effettivamente né ad eliminare
loro preoccupazioni di nuove violenze fasciste, mantiene stato
irritazione elementi fascisti e crea o conferma in tutti opinione
impotenza autorità ristabilire da sola imperio legge.
Prestigio autorità non sarà ristabilito e reale
disarmo animi non potrà conseguirsi che determinando convinzione
della assoluta imparzialità e efficacia misure preventive
e repressive dell'autorità.
A tale azione ritenendo assolutamente riluttante il T... e dovendosi
ormai constatare che suo richiamo serva pretesto diffidenza e
di reazione da parte estremisti contro autorità, tenuto
conto pericolo ripercussioni segnalato Prefetto Massa, riterrei
urgente e opportuno che:
1 ) Ispettore T... anziché ufficialmente richiamato dalla
missione fosse invitato recarsi Roma per conferire e quindi non
fatto più tornare.
2) Mantenere il mandato al Vice Prefetto R... nei limiti già
stabiliti di tentare così pacificazione animi nell'interesse
zona due provincie.
3) In modo affatto riservato dare istruzioni ai due prefetti
che pei provvedímenti di interesse comune pure adottandoli
entro i confini e competenza rispettivi si avvalgano del R...
come anello di congiunzione e di coordinazione.
Questo ho voluto dirti con tutta sincerità nell'interesse
del Paese e del Governo.
A voce spiegherò meglio e attendo chiamata a Roma come
d'intesa.
Cordiali saluti ".
La missione del viceprefetto si svolse, come era prevedibile,
nei termini consueti degli incontri di conciliazione e degli
ordini del giorno arieggianti il patto nazionale di pacificazione.
Di fatto alle "normali" misure di polizia restava affidato
il compito di capovolgere con una lenta opera di repressione
i rapporti politici di forza nella regione: i fascisti, pur tra
turbolenze e violenze di ogni genere, non tentarono più,
fino all'agosto del '22, di ribellarsi alla guida paterna delle
autorità e c'è da credere che queste sinceramente
ritenessero di andar compiendo una illuminata se pur misconosciuta
opera di pacíficazione. "C'è per questo riguardo
a Sarzana una situazione diversa da quella degli altri luoghi.
Altrove in generale - scriveva il sottoprefetto della Spezia
nell'aprile del '22, mutando in certezza una speranza da molti
buoni liberali condivisa - è già avvenuto nei riguardi
dell'azione fascista un processo di selezione per cui molti fascisti
già condannano le violenze degli elementi più intemperanti
e gli elementi d'ordine disapprovano in massima tali violenze".
Se questo non era avvenuta a Sarzana, "dove i partiti del
l'ordine più a lungo che altrove subirono la prepotenza
sovversiva e dove tuttora gli elementi d'ordine troppo amaramente
sopportano la permanenza dell'Amministrazione socialista al potere",
la responsabilità maggiore sembrava al sottoprefetto che
ricadesse sui sovversivi stessi, tenaci nel difendere le proprie
posizioni e sconsiderati nel rifiutare la mediazione equidistante
delle autorità: "in ogni caso - scriveva nel maggio
abbandonandosi ad un moto di sconforto di fronte alla persistente
incomprensione dei partiti avversi - non mi lascerò deviare
dalla strada che ritengo la sola possibile continuando pazientemente
e alternativamente a fare, presso gli uni e presso gli altri,
opera di pacifícazione e di repressione, fino a quando
il Buon Dio vorrà regalarci giorni migliori ".
Certo si ha l'impressione che, come già il governo, anche
le autorità politiche locali venissero perdendo in quei
mesi l'effettivo controllo della situazione, sopraffatte dall'iniziativa
dei funzionari subalterni, cui sarebbe stato difficile negare
una copertura. Leggiamo come, in un'atmosfera politica profondamente
mutata e già volta ad una soluzione eversiva, nel pieno
della fase insurrezionale dell'azione fascista, il sottoprefetto
della Spezia, scrivendo al prefetto di Genova in data 8 settembre
1922, potesse sottoscrivere l'operato dei suoi subalterni con
immutata fede nelle " patrie istituzioni ".
" In seguito ai noti luttuosi avvenimenti del 21 luglio
1921, il partito socialcomunista in Sarzana si affermò
sia in città a mezzo dell'amministrazione comunale - sua
emanazione - sia nella campagna, continuando quivi l'insana propaganda
di terrore che a numerosi gravi delitti aveva istigato.
Verso il mese di ottobre, dal nuovo titolare del locale Ufficio
di PS., Sig. B... e dal nuovo comandante la Tenenza dei CC.RR
Sig.M.... venne iniziata e condotta a fondo una intensa azione
di Polizia, sia di prevenzione, anche mediante numerosi arresti
per illecita detenzione di armi e di materie esplodenti, sia
di repressione, procedendo all'accertamento dei più importanti
delitti perpetrati nel 20 e 21 luglio e riuscendo ad assicurare
alla giustizia non pochi autori di essi.
Tale azione vigorosa, non disgiunta da savia propaganda di pacificazione,
determinò nella campagna una graduale decrescenza dei
reati di, abuso e illecita detenzione di armi, mentre in città
sorgeva e si sviluppava rapidamente una sezione del fascio di
combattimento, Lo stesso si verificò a mano a.mano nei
comuni limitrofi di Santo Stefano, Ortonovo, Lerici ed Ameglia.
I partiti d'ordine si orientavano risolutamente in favore del
fascio, che cosi incoraggiato determinava frequenti urti con
gli avversari socialcomunisti con conseguenti minacce all'ordine
pubblico, il quale veniva tutelato unicamente per l'intervento
tempestivo energico ed imparziale dell'Autorità di P.S.
e dell'Arma dei CC.RR.
Il 21 giugno u.s. da Catania, fu colà inviato, in missione
per la riconosciuta necessità di dare maggiore efficacia
a quell'Ufficio di P.S. il Commissario di P.S. Sig. L.... il
quale, resosi subito edotto della situazione, coadiuvato mirabilrnente
dagli infaticabili V.Cornmissario Sig. B... e dal Tenente dell'Arma
Sig. M.., poteva dare maggiore impulso all'opera di polizia,
la quale valse a creare a Sarzana un ambiente di serenità
che rese possibile la grande fiera di beneficenza del 16 luglio,
promossa dal fascio e svoltasi nella principale piazza della
città, con grande affluenza degli abitanti delle campagne;
la commemorazione dell'anniversario del
21 luglio e finalmente la grandiosa manifestazione del successivo
giorno 30 (inaugurazione del gagliardetto del fascio e scoprimento
della lapide ai caduti del 21 luglio) già più volte
rinviata per i pericoli di violenze e di attentati all'ordine
pubblico che, per parte di sovversivi erano stati in proposito
insistentemente prospettati, gettando grave allarme nella popolazione,
per la quale.convennero colà numerose rappresentanze di
fasci di varie parti del Regno (oltre duemila squadristi con
180 gagliardetti) e diverse personalità della Direzione
del Partito Nazionale Fascista.
Tutte le cennate manifestazioni, di cui l'ultima assunse importanza
eccezionale, si svolsero nel massimo ordine e senza il minimo
incidente.
Nel segnalare alla S.V. III.ma l'opera altamente commendevole
dei funzionari sia. Commissario L.... V.Cornmissario Sig. B...
e Tenente dei CC.RR, Sig. M.... che superando aspre difficoltà,
sono riusciti a ridare a queste popolazioni tranquillità
e fiducia nelle patrie istituzioni, sento il dovere di proporli
per la concessione di un attestato di merito speciale.
Compio altresì il dovere di elogiare la direzione prestata
in tutti i servizi nella manifestazione del 30 luglio dal V.Ouestore
sig..C... in Sarzana e la cooperazione degli altri funzionari
colà inviati in missione sig. V.Commissario dott. N...
, dott. C... , P... , C... , e prego la S.V. Ill.ma di compiacersi
segnalare al Superiore Ministero anche la loro opera e voler
proporre per un encomio da registrarsi in matricola il V.Questore
e per una parola di lode gli altri funzionari ". E' appena
necessario ricordare che nella manifestazione del 30 luglio a
Sarzana fu apertamente annunciato il passaggio del movimento
fascista sul terreno insurrezionale.
Claudio Costantini
N.B. Il saggio nella sua versione completa di note
e appendici è consultabile presso la nostra sede negli
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