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Il secolo scorso ha visto molte
donne partecipare alle battaglie per il Socialismo, per la lotta
partigiana, per i miglioramenti nella organizzazione del lavoro
e soprattutto per l'emancipazione culturale come meta irrinunciabile.
La seconda metà del '900 ha potuto usufruire dello sguardo
femminista. Fu questa la condizione culturale che, negli anni
'70, portò le donne ad affermare che alla contraddizione
di classe si affiancava la contraddizione di sesso, e che questa
passava anche in mezzo alla classe operaia, ed alla stessa modalità
di essere delle organizzazioni politiche e del Sindacato, investendo
la vita personale di ciascuno. Le donne quindi presero coscienza
ed affermarono che le conquiste del movimento dei lavoratori
non avrebbero affatto prodotto spontaneamente e naturalmente
né il superamento del divario di potere e di condizione
tra uomini e donne, né la nascita di un mondo finalmente
fondato anche su una visione femminile della esistenza.
La rivendicazione e la conquista
da parte delle donne di uno spazio autonomo di pensiero e di
elaborazione politica fu la condizione perché si potesse
aprire nel Sindacato una tensione dialettica che permise la messa
in discussione di alcuni dati generalmente accettati come scontati:
ad esempio il fatto che le donne non prendessero mai la parola
in assemblea e che solo pochissime facessero attività
in un Sindacato caratterizzato, come altri luoghi di lavoro,
"da una rigida divisione dei ruoli e del lavoro, con le
donne concentrate nell'apparato tecnico", oppure che svolgessero
solo una ben definita e ristretta gamma di lavori all'interno
delle fabbriche e che si dimostrassero disinteressate alla "carriera",
o che molte abbandonassero il lavoro quando nasceva un figlio
o considerassero "naturale" sobbarcarsi in toto, pur
lavorando in fabbrica, la cura della casa perdendo così
la possibilità di praticare quegli spazi pubblici e politici
che restavano territorio esclusivo dei propri mariti e compagni.
La messa in discussione di
questi dati "scontati" implicava però un immenso
lavoro di progressiva risalita nella catena delle cause, perché
il silenzio, l'accettazione di un ruolo subordinato e di una
grande limitazione nei propri spazi di libertà, non avevano
origine solo nella organizzazione economica e sociale o nella
organizzazione del lavoro, ma si fondavano sui meccanismi stessi
di costruzione della identità femminile, e per capirli
e pensare come affrontarli, bisognava iniziare a ripercorrere
a ritroso il lungo cammino attraverso il quale questa subordinazione
era stata tramandata di madre in figlia, insieme alle ribellioni,
alle intuizioni, alle rotture che hanno costellato la storia
delle donne.
Bisognava quindi agire su molti
piani diversi : quello della ''professionalità, della
collocazione nella organizzazione del lavoro, e della occupazione'',
contemporaneamente a quello della organizzazione sociale e familiare,
della cultura e della scienza.
La possibilità di condurre una azione politica che tenesse
insieme tutti questi piani si fondava sulla nascita di "un
soggetto politico cosciente che portasse dentro di sé
questi problemi come contraddizioni profonde e che rispetto ad
essi sapesse individuare gli obiettivi a medio e lungo termine"
Questo soggetto erano le donne che, lottando per una trasformazione
tale da tenere conto simultaneamente delle esigenze della produzione
e della riproduzione, avrebbero arricchito e migliorato anche
la condizione degli uomini.
Parallelamente fu messo a punto un metodo che permetteva di "coinvolgere
e mobilitare le donne" e di soddisfare la loro "richiesta
di ampi spazi, di nuove forme di partecipazione". Nacquero
così le assemblee di sole donne in fabbrica, i collettivi
o coordinamenti di fabbrica, il Coordinamento Donne FLM, le 150
Ore delle donne .
Questa complessità di
analisi, di obiettivi e di metodi fu possibile solo perché
la FLM divenne il punto di riferimento non solo delle metalmeccaniche,
ma anche delle donne di tutti gli altri settori di lavoro, delle
donne che lavoravano nella ricerca e nella università,
delle casalinghe, delle studentesse. Ciò divenne uno dei
grandi punti di contraddizione con la struttura sindacale che
chiedeva invece una restrizione di campo, e fu oggetto di mediazioni
infinite. Il ''Coordinamento lavoratrici genovesi'' si trasformò
così nel 1977 il nel "Coordinamento Donne FLM aperto
al contributo di tutte le altre donne". Questa trasversalità
si espresse poi in modo particolare nelle 150 ore delle donne.
Ma come si è manifestato
tutto ciò qui a Genova, cosa erano i coordinamenti di
fabbrica, chi erano e quante le donne che fecero vivere il Coordinamento
Provinciale delle Donne FLM, cosa sono state le 150 ore delle
donne, quali obiettivi sono riuscite ad introdurre le donne nella
contrattazione aziendale di quegli anni? Tutto ciò si
può ricostruire percorrendo i documenti dell'archivio,
qui possiamo solo offrire qualche scheggia di quel periodo.
A partire dal 1975 iniziarono
a formarsi i Collettivi o Coordinamenti di Fabbrica : all'Ansaldo
di Campi, all'Italsider Oscar Sinigaglia, all'Italsider sede,
all'Elsag, al Tubettificio Ligure, all'Italimpianti e in molti
servizi (banche, sanità, Enti Locali). Decine di donne,
operaie e impiegate, si vedevano tutte le settimane sfruttando
la pausa della mensa, e si discuteva : condizione in fabbrica
e obiettivi rivendicativi, condizione fuori della fabbrica ed
obiettivi sociali o di trasformazione personale. Tra di loro
qualche delegata sindacale, ma in maggioranza erano semplici
lavoratrici.
Contemporaneamente iniziarono gli appuntamenti settimanali presso
la sede provinciale della FLM: ogni venerdì alle 18 decine
di donne metalmeccaniche e di ogni altro settore di lavoro, incluse
studentesse e casalinghe, si riunivano per elaborare documenti,
progetti, linee di azione.
In molte aziende furono distribuiti
i "Questionari sociali e professionali delle lavoratrici"
in cui si indagava la condizione delle donne sul lavoro, il rapporto
con la famiglia, le ore spese in lavori domestici, le influenze
subite nella scelta degli studi, le aspirazioni, il desiderio
e gli impedimenti rispetto alla realizzazione di sé nella
professione, nella politica, negli affetti, nelle attività
ricreative e culturali.
Nelle assemblee retribuite riservate alle donne l'analisi della
condizione della donna dentro e fuori dalla fabbrica diventò
oggetto di attenzione e di discussione di tutte le lavoratrici,
e presero finalmente la parola donne che non si erano mai espresse
in pubblico.
Le piattaforme aziendali iniziarono ad includere obiettivi proposti
dai coordinamenti delle donne: possibilità oggi utilizzate
da tutti nacquero allora, non senza polemiche, sulla spinta delle
donne della FLM. Un esempio fu quello della introduzione dell'orario
elastico, che costò alle donne della Italsider l'accusa
di concentrarsi su obiettivi elitari che interessavano solo gli
impiegati, e che all'ELSAG dovette passare attraverso una votazione
alle tre del mattino della delegazione trattante, per decidere
se accettare o meno la disponibilità, finalmente conquistata,
della Azienda. Il Consultorio di Cornigliano ed asili e strutture
sociali in altri quartieri nacquero, su spinta delle donne, dal
Salario Sociale delle fabbriche.
Altri obiettivi di allora, quali quello di estendere ai padri
il diritto di assentarsi per malattia dei figli, di elevare il
limite di età per cui ciò era possibile, e di prevedere
permessi anche per l'assistenza alle persone anziane, dopo un
lungo cammino, fanno oggi parte della legge sui congedi parentali.
Ma nelle piattaforme entrarono anche i temi della organizzazione
del lavoro, della formazione, dell'avanzamento professionale
e della salute delle donne .
Nasceva parallelamente l'esperienza
delle "150 ore delle donne".
Le 150 ore per il diritto allo studio erano una conquista del
Contratto Nazionale del 1973 e furono utilizzate sia per permettere
a moltissimi lavoratori di conquistare la licenza media ed elementare,
sia per organizzare cicli di seminari presso le Facoltà
Universitarie col duplice obiettivo di far accedere i lavoratori,
gli operai, al sapere universitario, e di "contaminare"
l'università con la realtà del lavoro e della fabbrica.
Le donne, in tutta Italia, si impossessarono di questo strumento.
A Genova ne facemmo un luogo politico e culturale privilegiato
"Con lo scopo di leggere e analizzare dalla parte delle
donne sia la cultura ufficiale, sia la propria esperienza, fino
ad oggi oggetto dell'analisi altrui".
I corsi si svolgevano sia per gruppi ristretti (15 - 20 donne)
che si riunivano in sedi decentrate (Cornigliano, Sestri Ponente,
Genova Centro, San Martino) sia per incontri collettivi presso
le Facoltà universitarie. Le donne si confrontavano con
il sapere accademico, e costruivano contemporaneamente specifici
percorsi di approfondimento con una autonoma ricerca di fonti
.
Fu necessaria, all'inizio, una vera lotta contro il conservatorismo
della Università. I titoli dei quotidiani dell'Aprile
del 1976 recitano: "Seminario delle 150 ore bloccato dalla
Università"; "Le donne minacciano l'invasione
di Lettere"; "Genova: la Facoltà di Lettere
(PCI in testa) boccia un corso delle 150 ore voluto dalle donne.
Ma si farà lo stesso". Le donne iscritte erano 160
e, come dice un articolo di allora: "Le donne lavoratrici
hanno subito deciso di rispondere duramente. Sono in 160 e diventeranno
molte di più collegandosi alle centinaia di donne che
combattono - ormai anche sulle piazze - la loro battaglia femminista"
Le 150 ore delle donne a Genova si svolsero durante 7 anni, il
numero delle iscrizioni fu sempre molto alto, sia pure con un
decremento negli ultimi anni. I titoli dei seminari disegnano
quel percorso culturale e politico:
- "Il territorio delle donne" (biennale)
per
"ricostruire una storia che parta da noi, che sia storia
nostra più che storia di strutture che sentiamo profondamente
estranee e che sono mutate senza o contro di noi".
- "Il nostro corpo"
(biennale) per affrontare
"Il rapporto con la maternità, la conoscenza ed esperienza
della ciclicità della nostra vita, l'esperienza del parto,
dell'aborto, il rapporto con gli esperti della salute, il significato
della malattia mentale, delle nevrosi, della sessualità
... "
- "Nascere, far nascere"
per "capire insieme
che nessun fenomeno è puramente 'biologico' e 'naturale
allargare il senso del 'nascere, far nascere' a tutte le esperienze
della nostra vita: lavorare, creare opere d'arte, prendere coscienza
della propria condizione storica, costruire la propria identità
individuale e collettiva sono altrettanti momenti di nascita
e fecondità"
- "Prostituzione"
per confrontarci col fatto
che "il comportamento sessuale è per noi donne decisivo
in vista del giudizio che viene formulato su di noi, dagli uomini
e da noi stesse, ... tanto decisivo da aver condotto alla creazione
di un ruolo sociale specifico definito unicamente da un comportamento
sessuale"
- "Devianza femminile, prostituzione e criminalità"
per indagare su "come è cambiata nel tempo la criminalizzazione
dei comportamenti femminili e su cosa è cambiato nell'atteggiamento
delle istituzioni del controllo sociale nei confronti delle donne".
- Nel 1978 prese avvio, parallelamente agli altri, il seminario
"Espressione corporea" che ebbe negli anni successivi
un suo autonomo percorso alla ricerca di una nuova modalità
espressiva attraverso la comunicazione non verbale : "La
comunicazione circolava limpida, trasparente, l'involucro del
nostro corpo che conserva la memoria della bambina che è
sepolta in ciascuna di noi si liberava come per magia dai condizionamenti
e muoveva grandi passi conquistando gradualmente autonomia, consapevolezza,
sicurezza."
In quegli anni, quindi, molte
donne lottarono in fabbrica inventando e imponendo i propri obiettivi,
e lottarono nel Sindacato per cambiarne il modo di essere, esplorarono
inediti percorsi di ricerca culturale, intrapresero lunghe e
complesse strade di trasformazione personale mettendo dolorosamente
in discussione i propri equilibri affettivi e familiari.
Oggi le donne nel Sindacato
e nel lavoro ci sono più di ieri, fanno lavori molto più
vari, meglio pagati, con più potere, in molti casi con
un ruolo pubblico ed un prestigio professionale e sociale riconosciuto,
ma rischiando sempre, ed anche adesso, una possibile oscillazione
verso l'impoverimento o l'annullamento delle conquiste raggiunte.
L'elaborazione di un pensiero
femminile, e la produzione di uno sguardo femminile sul mondo
che si esprime attraverso la ricerca culturale in tutti gli ambiti
del sapere costituito o innovativo non è certo cessata.
Ma questo avviene in luoghi privilegiati o limitati, mentre ci
pare che si sia interrotto il ponte di comunicazione tra questo
tipo di produzione culturale e il piano di azione più
strettamente sindacale e rivendicativo.
Può quindi essere utile
mettere a disposizione gli strumenti per ricostruire le fasi
di un percorso, per conoscere chi erano, su cosa lavoravano,
le donne della precedente generazione che nel sindacato avevano
trovato un alleato privilegiato.
8 Marzo 2006
(i testi di questa pagina sono stati curati dal Coordinamento
Donne FLM)
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