LA SATIRA E L'UMORISMO DEI SOCIALISTI ITALIANI NEL PERIODO DELLA SECONDA INTERNAZIONALE

FRANCO ANDREUCCI

Satira, umorismo, caricature, vignette: tutto un mondo di polemica politica, di cultura, di ideologie e di tradizioni popolari ancora in gran parte da scoprire nella storia del socialismo italiano.
Non si tratta, è vero, di un terreno del tutto inesplorato, e i bei lavori di Mario De Micheli su Scalarini (1), di Guido D. Neri su Galantara (2) e di Giorgio Candeloro sull"'Asino" (3) stanno lì a dimostrarlo. Anzi, è anche questo uno dei casi nei quali si deve evitare il rischio di guardare con sufficienza agli studi passati. Studi, è vero, particolari e monografici, dedicati ad aspetti singoli di quel mondo; ma è proprio da essi che si può partire per porre una serie di questioni più generali, relative ai caratteri costitutivi della satira e dell'umorismo socialisti, alle loro relazioni con la politica, con la mentalità e con le idee del partito.
Terreno complesso specialmente nella fase costituente del PSI e, più indietro, nei decenni successivi all'Unità, quando si stanno formando le tradizioni socialiste, quando nasce una cultura autonoma del movimento operaio, quando entra in crisi la continuità con la cultura politica della democrazia risorgimentale, con i modi di pensare di intere generazioni di internazionalisti, di mazziniani, di democratici, massoni e liberi pensatori. Terreno difficile, in sostanza, poiché in esso è necessario districare i filoni delle influenze e le linee di continuità da una parte e dall'altra scoprire la nascita dell'ideologia socialista, del socialismo eclettico, in una parola del sistema di valori del movimento operaio italiano di ispirazione socialista.
Ma il problema è reso più complicato - e di più ampia portata - dal fatto che su quel terreno si collocano da una parte uno dei rari punti di incontro fra il socialismo e l'intellettualità letteraria e artistica, e dall'altra una delle numerose occasioni di contatto del movimento operaio con le tradizioni popolari, il sovversivismo, le motivazioni elementari del ridere e dell'invettiva.
Le domande che, sorgono a questo punto sono quelle stesse che da tempo animano il dibattito storiografico sull'ideologia dei partiti socialdemocratici nel periodo della Seconda Internazionale e riguardano i connotati della "subcultura" che fa da sfondo ai meccanismi dell'"integrazione negativa" (4). Cerchiamo di proporre alcune risposte parziali muovendo qualche passo in direzioni, se non nuove, almeno finora meno seguite di altre: quale cultura sta dietro all'umorismo socialista? Quali meccanismi ideologici rivela l'iconografia e la grafica della stampa satirica di partito? Quali connotati dell'ideologia socialista della Seconda Internazionale sono rispecchiati da quella selva di pubblicazioni periodiche che sono le testate satirico-umoristiche e che costituiscono - da sole - un enorme e ignorato patrimonio documentario? (5)
I sondaggi sommari che seguono si muovono in direzioni diverse - l'umorismo macabro, la simbologia dell'asino, l'iconografia del proletariato - ma sono unificati dal fatto che al centro di essi stanno i problemi dell'ideologia e della cultura del socialismo italiano. Anche gli spaccati cronologici sono diversi: il primo e il più cospicuo riguarda la prima metà degli anni '90, mentre il secondo, nel quale si tiene conto anche di Scalarini, è degli anni 1912-1913.


Filippo Turati e l'umorismo macabro. "Madonna società, damina capricciosa e leggiadra dei suoi tempi, acconciate le sue vaghezze, a mo' di posa innanzi un dilettante di fotografia dell'epoca, questi levata ch'ebbe dall'apparecchio la negativa, divenne buio, buio nella faccia e fulminò la poseuse con quattro parole alla... Carolina Invernizio! Disse: - Madonna, voi allevate il vostro becchino. Madonna società volle esser stoica: rise a lungo; quando l'ipogastro le fece male s'alzò; diede del tallone sovra la buia lastra e si consolò borbottando: - Il fotografo è un po' alticcio. L'alticcio era Carlo Marx" (6)
Con questa scenetta dal finale a sorpresa si apriva il primo numero di un giornale umoristico di orientamento esplicitamente socialista che contava tra i propri collaboratori Osvaldo Gnocchi-Viani e Filippo Turati e fra gli aspiratori nominava Camillo Prampolini e Garzìa Cassola, Angiolo Cabrini ed Ettore Ciccotti. Il giornale si chiamava "Il Cadavere" e aveva come motto "Putrescat ut resurgat"; il suo direttore, Amedeo Fava, si celava sotto lo pseudonimo di Agonia e pubblicava rubriche dai nomi altrettanto significativi: "Putrefazione giornalistica", "Cimiteri artistici", "Bare e bari", "Ossario Madama", "Necrofori politici", accanto a vistose réclames di corone mortuarie. La metafora e la connessa simbologia erano abbastanza evidenti: la società borghese in agonia (il disegno accanto alla testata rappresentava un signore in abito da sera con il volto della morte) sarebbe presto divenuta cadavere e dalle sue ceneri sarebbero nati i germi di una società nuova. Rappresentante di un socialismo bonario e di una cultura politica poco propensa alle avventure artistico-letterarie, Gnocchi-Viani rispondeva all'invito di collaborare al giornale con qualche comprensibile esitazione:

Ho una tremenda paura - scriveva - che la mia penna, fatta di canna da zucchero, non riesca a transustanziarsi mai in un ferreo bistori, selezionatore spietato di quel cadavere che voi arditamente intendete anatomizzare. Anatomizzate voi, intanto, mettetevi all'opra; l'opera è buona. Chi sa che, assistendo con diligenza e amore alle vostre sezioni cadaveriche, non apprenda io pure un po' d'arte chirurgica? Frattanto, lasciatemi applaudire alla vostra iniziativa e augurare ad essa prospera la sorte. E' giusto: il socialismo, se deve diventar tutto, occorre debba tener deste tutte le facoltà umane e far eco a tutti i umani bisogni. Esso non è scienza soltanto, ma è e deve essere anche arte, e siccome nell'arte c'è pure la letteratura e nella letteratura c'è la satira, ergo, facendo della satira sociale voi potete fare benissimo dei buon socialismo (7).

Colpisce, nella lettera di Gnocchi-Viani, al di là del paternalistico distacco, il faticoso sillogismo tramite il quale il vecchio militante giunge ad ammettere la possibilità di una satira socialista. Eppure, siamo nel 1896, il giornale esce a Milano, l"'Asino" di Podrecca e Galantara esiste già e prospera felicemente e il "Cadavere", lungi dall'essere o dal mostrarsi come una parodia di certa letteratura truculenta, utilizza al contrario temi, spunti, schemi che vent'anni prima erano stati di moda, quando sulla "Plebe" - cui lo stesso Gnocchi-Viani collaborava attivamente - si potevano leggere le pagine truci della Milano sconosciuta di Paolo Valera o quando si potevano trovare sul banco delle novità nella libreria dei Fratelli Treves i sinistri racconti di Camillo Boito. In realtà, l'atteggiamento di Gnocchi-Viani testimonia semmai di un distacco legato alla sfasatura di tempi con la quale si instaura un rapporto fra il Partito socialista e la cultura letteraria italiana: in fondo nel decennio che stava alle spalle di quel 1896 proprio la tradizione truculenta della scapigliatura milanese aveva vistosamente accennato ad esaurirsi e si erano invece pienamente dispiegate altre figure ed altre tendenze di fronte alle quali il PSI manifestava un certo ritardo, dalla Serao al Verga, a De Roberto, a Fogazzaro (8).
Il "Cadavere", tuttavia, per quanto la brevità del periodo della sua pubblicazione (cinque numeri, poche settimane) non consenta di parlarne come di un'esperienza compiuta, accanto alle sue specialità necroforiche presentava tutta intera la fisionomia del giornale di satira socialista: gustose vignette anticrispine, in particolare rivolte ad irridere alle avventure africane, poesiole classicamente anticlericali nelle quali "il padre colendissimo" guarda "la sua servotta florida" "con la vivida, lussuriosa pupilla"; la parodia di poesie famose, ma anche la traduzione dei Drum-Taps di Walt Whitman (9). Ma proprio per questo suo carattere che lo colloca accanto ad altre simili pubblicazioni, acquista un particolare rilievo programmatico lo scritto che, sul "Cadavere", Turati dedica all'umorismo socialista. Rispondendo alle critiche "di un foglio dei mattino" che aveva notato come "il titolo macabro dei vostro giornale basta da sé ad attestare come l'umorismo sia in dolorosa decadenza" (10), Turati esprimeva la sua concezione dell'humour, nella quale tornavano a prendere forma alcuni aspetti delle sue giovanili esperienze letterarie:

Ma come!? - si domanda il direttore della "Critica sociale" - Si andrà in traccia di spirito fra le tombe dei cimiteri? lo penso che l'umorismo sia appunto qualche cosa, sempre, che scaturisce dalla morte. Noi ridiamo, o siamo tentati di ridere, - ci freneremo per convenienza - se vediamo un signore ruzzolare per terra, battere il sedere sul lastrico, tanto più se quel signore camminava tronfio come un monumento semovente. E' il pallone della sua vanità che si è sgonfiato, che è morto. Noi ridiamo quando da una solenne premessa vediamo sbucare una conseguenza minuscola, sbugiardatrice; quando un grande principio ci è presentato da tergo e scopriamo, da uno strappo, che è imbottito di stoppa. Ridiamo di tutti i contrasti che ci svelano il nulla delle cose, il nulla, anche, nostro; ridiamo per tutto ciò che ci dovrebbe far piangere. Ogni risata è un piccolo o grande necrologio (11).

Non è chi non veda il carattere artificiale, letterario, intellettualistico di tutta l'argomentazione relativa alla definizione del ridere e della morte; stavano alle spalle di questo atteggiamento gli anni delle Strofe, della Bestemmia contro la vita "per tutto ciò che piange e che dispera / Per ciò che nasce e ciò che va sotterra" (12), dell'esperienza poetica consumata da Turati nelle pieghe della scapigliatura ormai declinante verso l'affettazione e il convenzionale. Ma anche quando l'argomentare guidato dal buon senso pareva prendere il posto della convenzione letteraria, Turati non riusciva a sollevarsi dal luogo comune o dal pregiudizio nella spiegazione della coppia pianto/riso:

Forse - proseguiva Turati - trova in ciò spiegazione il fatto - constatato - che in generale i grandi umoristi furono uomini lugubri, qualche volta veri lipemaniaci. La donna - essere meno critico e meno sensibile - non è mai, o ben di rado, umorista. E ciascuno ha conosciuto di quei giovinotti, noti per l'inesauribile brio, delizia delle brigate, che diventano, nella vita domestica, intrattabili, arcigni, cupi come necrofori (13).

L'atteggiamento intellettualistico spingeva poi Turati a distinguere criticamente l'umorismo serio, il "vero" umorismo, da quello che ai suoi occhi appariva volgare:

Gli è che l'umorismo è intelligenza, è sfrondamento di illusioni, è generalmente ironia, qualche volta sarcasmo - e il fondo di queste cose non è un fondo azzurro. Parlo, s'intende, del vero umorismo, non dei lazzo babbeo, del giuoco di parole sciatto e scempiato. Che cos'è la caricatura, che ci fa tanto ridere? E' anch'essa (ognuno lo comprende) una demolizione. Se questo è in generale, non sarà a mille doppi dell'umorismo socialista? Per noi non si tratta più di vedere il lato caduco delle cose; è tutto l'organismo sociale presente che puzza maledettamente di morto. Questa constatazione è triste - ed è piena di allegrezza nel tempo medesimo. Perché, nel giro eterno delle cose, dalla morte nasce la vita, lo dice molto bene il vostro motto: putrescat ut resurgat. V'è dunque un umorismo che si attacca al vivo per condurlo alla tomba. Ve n'è un altro, a una diversa fase del pensiero e dei fatti, che dal cadavere s'avvia alla vita: che origlia, nella schifosa crisalide, il palpito lieve della farfalla. Il primo piange nel riso, il secondo ride del pianto. Noi siamo le prefiche di un gran funerale e gli araldi di un immenso battesimo (14).

La metafora riguarda piuttosto i destini della società borghese e le pretese del socialismo che non la satira e l'umorismo e in questa sollecitazione ideologica dei pianto e dei riso, della vita e della morte sta, a ben guardare, uno dei principali ostacoli alla piena e disinvolta espressione di un umorismo socialista. Non sarà un caso che, nonostante le affermazioni programmatiche di Turati, saranno piuttosto i calembours non propriamente raffinati dell"'Asino" ad avere una certa fortuna e gli umori plebei espressi in lazzi spesso vernacolari ad avere una certa efficace vivacità, che non l'umorismo raffinato e necroforico del "Cadavere" (15).
La questione è più complessa, tuttavia, di quanto possa apparire da un punto di vista puramente letterario. In realtà, un certo qual sapore di macabro, una certa presenza della morte aleggia piuttosto copiosamente nella stampa socialista. La breve esperienza dell"'Asino" quotidiano ad esempio, mette continuamente sotto gli occhi dei lettori immagini raccapriccianti della cronaca e delle condizioni di vita del paese: certo, non a fini umoristici, anzi, al contrario, allo scopo di denunciare la povertà, la miseria, la morte come condizioni normali di esistenza delle classi inferiori. "La miseria in Italia", "La fame alle porte di Roma", "La pellagra in Lombardia", "I suicidi del giorno", "Gli orrori di S. Andrea alle Fratte". Sono soltanto alcuni dei titoli o delle rubriche presenti nelle pagine del quotidiano di Podrecca e Galantara. I racconti che stanno dietro a quei titoli riprendono piuttosto i toni del romanzo gotico e della letteratura d'appendice che quelli della cronaca giornalistica:

Licciana (Massa Carrara), 16 febbraio.
Nel vicino casolare chiamato Debiantognolo è morto il nominato Ferretti Michele di mestiere mugnaio - disoccupato da parecchio tempo - causa la fame e il freddo. Egli insieme alla madre, ad un fratello e ad una sorella - tutti abbrutiti dalla estrema miseria - viveva in un'unica stanzaccia a pianterreno, umida ed aperta a tutti i venti; ed il prete che andò ad assisterlo vide che aveva per letto una nuda tavola, per guanciale un fagotto di cenci multicolori e puzzolenti, per coperta un sacco sudicissimo. Mentre il detto prete diceva le preghiere dei morti per il figlio, la madre settantenne, presente, gli chiese per carità un soldo e un tozzo di pane per non morire anch'essa di fame. La stessa madre, il fratello e la sorella dovettero la notte giacere accanto al morto al quale diedero l'assalto gli innumerevoli topi, nidificanti comodamente nei buchi delle muraglie e - malgrado gli sforzi fatti dalla madre e dagli altri ancor vivi per cacciarli - rosicchiarono gli occhi e il naso dei disgraziato (16).

Certo, le condizioni del paese - come del resto metteva in evidenza la letteratura verista dai suburbi sulle rive dei Naviglio alle paludi del Lazio alle zolfatare siciliane, non erano tali da muovere il riso, e ciò valeva particolarmente per le classi inferiori (17). Ma sarebbe stato proprio quando nei confronti del problema della miseria si sarebbero abbandonate le pose letterarie che si sarebbero create le condizioni da una parte per una denuncia politica coniugata con l'organizzazione e la lotta e dall'altra per una satira e un umorismo capaci di mordere il variopinto mondo di contraddizioni e di ingiustizie individuato dai socialisti nella società borghese.

Il mondo dell"'Asino". Prima di tutto: perché l"'Asino"? Con tanti possibili titoli a disposizione per un periodico socialista a carattere satirico e umoristico, perché proprio l"'Asino"? Vi sono, secondo me, due ragioni, una immediata, starei per dire esteriore, e una più profonda. Cominciamo dalla prima.

... Dacché Papà Guerrazzi - scrive Podrecca nel primo numero del giornale - ha detto nel suo Asino e nel suo Buco nel muro - solitario monumento d'umorismo vero che l'Italia contrappone all'humour nordico: 'Come l'Asino è il popolo: utile, paziente, bastonato', così ho tratto dal suo Asino quel tanto che basti a fare un programma; come ho cercato di trarre dal suo Buco nel muro quel tanto che ci impedisca di fare... un buco nell'acqua (18).

Dunque, un riferimento esplicito a Guerrazzi il cui passo resterà sempre nel frontespizio come motto del giornale, e, più in generale, implicitamente, un collegamento con la tradizione democratica, con una tradizione di opposizione:

Guardo a questa popolazione di asini divisa in due categorie - continua Podrecca -: gli asini da soma; e gli asini d'oro. I primi vanno ai campi; i secondi stanno alla greppia. I primi portano la farina; i secondi... la mangiano! Guardo al fenomeno curioso e ne penso la causa: perché tutto ciò? Perché i primi hanno il basto; i secondi... il bastone. Oh vivaddio... basta! lo, nato fra gli asini da soma, non Penso l'ardente Arabia e i padiglioni di Giob ma penso, per giobbe! che è ora di finirla; e col primo vagito mando un raglio di ribellione: Compagni di fatica! Sprangate calci a destra, a sinistra... e al centro! Buttate il basto! Frantumate il bastone! Per tutti la fatica! Per tutti la farina! Non è giusto, perdio! che molti asini da soma facciano una vita... da cani! e che pochi asini d'oro facciano una vita... da porci! 1 sapienti - a prevenire a vantaggio di chi li paga la ribellione del popolo - han detto: 'raglio d'asino in ciel non sale". Lasciamo ai sapienti la cura delle cose celesti; noi per ora siamo in terra; e per la terra diffondiamo il raglio della giustizia; l'inno di riscossa di tutti gli asini da soma contro tutti gli asini d'oro! (19).

Siamo di fronte, in questa significativa dichiarazione programmatica, a un progressivo spostamento di accento dalla formulazione di Guerrazzi che indicava nell'asino il popolo a una metafora che scioglie nell'immagine dell'asino quella di tutta l'umanità e che si avvale di una ulteriore distinzione fra gli asini oppressi e gli asini oppressori. Un puro pretesto, dunque. Ma, allora, perché proprio l"'Asino"? La questione può essere affrontata da un altro punto di vista se si tiene conto del fatto che i giornali che si intitolano l"'Asino" o il "Somaro" non sono pochi. Scorrendo la bibliografia dei periodici curata dall'ESMOI, i titoli di questa natura sfiorano la decina; proviamo a leggere qualche altra motivazione nella scelta dei titoli. L'articolo-programma- del "Somaro" di Cremona ("Giornale semiserio, organo d'un circolo d'ignoranti") si perde in una argomentazione prevalentemente retorico-letteraria:

A molti - afferma - è sembrato ostico, rude, irritante il nome di Somaro. Si dubitò ch'egli non rispondesse totalmente all'altezza del mandato, che fosse una palpitante profanazione al nobile, al sublime sacerdozio della stampa. E' necessario, dunque, o Signori, lo sfatare questa cattiva prevenzione (20).

E a questo punto, l'autore elenca i quarti di nobiltà letterari del somaro, da Machiavelli a Firenzuola, da Giordano Bruno al Guerrazzi. E l"'Asino" di Firenze:

Ciuco presentemente significa popolo, come in antico... Per il popolo fatto da Dio a somiglianza degli uccelli, dei pesci, delle fiere, si scrive questo giornale (...) perché nel tempo della universale emancipazione possa toccare anche all'Asino di avvedersi di essere più forte dei padrone, e allora felicissima notte (21).

Tradizione antichissima e simbologia dai significati complessi, quella dell'asino, con una cospicua componente anticlericale; ma non è qui possibile addentrarsi in un simile problema (22). Basterà accennare, con qualche ulteriore considerazione, al significato che un simbolo del genere poteva avere nella stampa democratica e socialista dell'800. Come poteva adattarsi alla caratterizzazione dei popolo da parte della stampa socialista un animale noto soprattutto per le sue qualità negative: la stoltezza, soprattutto? Poteva bastare a riscattarne l'immagine la testardaggine, vista come qualità positiva, come capacità di muta ma decisa resistenza? 0 la capacità indiscussa di sferrar calci?
A dare una risposta a queste domande può forse aiutarci un altro animale: la pecora. Carlo Monticelli, deluso del ritardo col quale il popolo prestava orecchio alla predicazione socialista, lo bolla con l'epiteto offensivo che deriva dal riconoscimento della passività dell'animale:

A che cantar se questa plebe stracca
L'ardita nota intendere non sa
E, come mandra pecoril vigliacca,
non sente il soffio della libertà!

Al contrario, Roberto Marvasi, socialista napoletano, fondatore e direttore del giornale satirico "La Pecora", trae dal paziente animale uno spunto del tutto diverso:

Il Popolo: - Pecora, chi sei? La Pecora - lo sono la immagine tua, o popolo oppresso. lo sono, nella macilenta figura, quel che tu sei, o popolo senza pane e senza pace, e sono, nell'atto di spazzare, quel che tu dovresti essere e ancora non sei, o popolo. Il Popolo: - E allora va, pecora consciente; ti compresi, va e spazza; io spazzerò con te (24).

Come l'asino, così la pecora: immagine passiva e subalterna cui poteva, per contrasto, essere affidato un compito palingenetico. Ma procediamo ancora di qualche passo servendoci, questa volta di una mediazione ancora più complessa: una maschera. La maschera di Pantalone, così diffusa tra i titoli della pubblicistica socialista e di quella democratica, per quanto esplicito fosse il riferimento alla sua vocazione a pagare per tutti - c'è anche un "Pantalone paga" fra i giornali socialisti - non bastava da sola a dare un'immagine abbastanza ampia del "popolo". Era un puro e semplice simbolo, certo particolarmente ricco se letto attraverso la polemica popolare contro le tasse e i balzelli, ma purtuttavia muto se non accompagnato da ulteriori riferimenti simbolici. Ecco allora il richiamo esplicito di tutto un bestiario di stampo democratico-socialista:

Pantalone è il cane fido e bastonato, è la pecora che si lascia tosare quando fa più freddo, è l'asino del mugnaio, che porta la farina e mangia la paglia, è l'ebreo errante, che va sempre e non è mai alla fine. Pantalone è il popolo di Montesquieu, che non ha mai torto e paga per chi l'ha (25).

In un movimento sociale rivolto alla trasformazione radicale della società come il movimento operaio a ispirazione socialista colpisce la ricorrenza di questi soggetti simbolici caratterizzati, tutti, da un'attitudine alla sopportazione e alla calma, da una potenzialità palingenetica, ma da un presente silenziosamente e passivamente subalterno. Era, probabilmente, una simbologia che proveniva dall'esperienza politica della democrazia risorgimentale e dai suoi inascoltati appelli al popolo che l'avevano condotta alle sconfitte dei '48 e degli anni '50; ma con altrettanta probabilità - lo vedremo ritornare nelle vignette dell"'Asino" - più e oltre che il "popolo" un simile bestiario di animali mansueti voleva indicare i contadini, quelli sui quali aveva sperato Pisacane come quelli a cui si era rivolto l'internazionalismo anarchico. Soggetti sociali scarsamente conflittuali nella memoria politica dell'800 ma ai quali, dall'esterno, si rivolgeva una predicazione, un richiamo all'azione e alla ribellione, una propaganda tendente a renderli, appunto, conflittuali. Ecco allora che i pacifici animali sono dotati nella simbologia socialista di caratteristiche o strumenti capaci di modificare la loro natura paziente e subalterno: l'ideologia socialista cerca di sciogliersi dal viluppo delle tradizioni democratiche facendo maneggiare dall'Asino di Podrecca e Galantara, come dalla Pecora di Marvasi, delle formidabili scope che spazzano via una turba brulicante di preti, di militari, di giudici, di borghesi; oppure sottolineando incessantemente la capacità dell'asino di sferrar calci e di mordere.
E' del resto, come è noto, da questo intreccio di democrazia e socialismo, di Italia radicale e scapigliatura democratica che nasce la coscienza socialista in Italia (26). Ed è da questo medesimo intreccio che nascono e si sviluppano le principali esperienze culturali degli intellettuali socialisti: fosse la Milano di Turati, di Cavallotti e della Scapigliatura o la Bologna di Carducci e Stecchetti o infine l'universo mantovano, è sempre di qui che prendono le mosse anche i principali tentativi pubblicistici fra democrazia e socialismo.
La stampa satirica e umoristica socialista ha le stesse origini: radicata nelle polemiche democratiche di respiro municipale e collegata al mondo universitario e al suo spirito goliardico è la strada esemplare di Podrecca e Galantara, dal "Bononia ridet" all"'Asso di Bastoni" all"'Asino"; ma non molto diversa, a pensarci bene, è quella di Scalarini dal "Merlin Cocai" all"'Avanti!".
Frutto, come fu sempre almeno in Italia tutta la stampa socialista, più di iniziative di privati, di singole personalità di pubblicisti o di editori che non del PSI, anche la stampa umoristico-satirica conobbe fra gli anni '80 e l'inizio del secolo, una notevole molteplicità di iniziative, ma anche una incredibile polverizzazione. Solo l"'Asino", per la sua durata e per la sua consistenza costituisce un blocco documentario soddisfacente. Sia Candeloro che Neri, da punti di vista diversi, ne hanno compiuto un'analisi che qui non può essere ripercorsa, soprattutto nella sua dimensione politica. Restano ancora alcuni interrogativi, invece, sul terreno del contenuto propriamente umoristico e grafico del giornale, che varrà la pena di affrontare. Riprendiamo il tema del rapporto con la democrazia. Anche le matrici della cultura letteraria cui l"'Asino" afferma di rifarsi sul terreno specifico della satira e dell'umorismo rinviano a una serie di autori largamente citati, a volte addirittura idoleggiati dalla scapigliatura democratica: sono Rabelais, Sterne, Jean-Paul, e la loro presenza è costantemente evocata e richiamata (27). Ma sbaglieremmo se non cercassimo i caratteri specifici che distinguono l"'Asino" dalle tradizioni radicali. In primo luogo l"'Asino" è un giornale nuovo e originale.
Non è soltanto umoristico né, almeno all'inizio, soltanto anticlericale: accanto a vignette e storielle, pubblica articoli "seri" sullo stato del movimento operaio e del socialismo, dialoghi di propaganda, riassunti di discussioni parlamentari e svolge, in sostanza fino al 1896, funzioni di fiancheggiamento della stampa ufficiale di partito. E' inoltre un giornale molto aperto verso l'esterno, che manifesta una grande attenzione verso i suoi lettori. Rispetto al mondo chiuso del giornalismo democratico, nel quale avevano notevole spazio le polemiche cifrate e di bottega - oggi del tutto incomprensibili - fra giornalisti di diverse sponde nella polemica municipale, la fisionomia dell"'Asino" è molto più moderna.
L'"Asino" ad esempio, mantenne sempre, quando gli fu possibile, un contatto diretto con i lettori, non solo nel senso che comunicò quasi sempre regolarmente le cifre delle sue tirature, ma anche dando ampio spazio alla corrispondenza e dedicando numerosi editoriali alla riflessione esplicita sul suo rapporto col pubblico. E' del settembre 1895 un dibattito fra i lettori sul carattere che il giornale avrebbe dovuto avere, provocato dalla lettera di un socialista di La Spezia che chiedeva che l"'Asino" avesse "un'impronta più seria" e che non abbondasse troppo in satire e scherzi per dedicare invece la propria attenzione esclusiva ai problemi del socialismo.

Il nostro abbonato - si chiedeva l"'Asino" - si unisce dunque al procuratore dei re, il quale non vuole che si tocchi Crispi? E' strano, per uno che si dice 'più che socialista'. E come possiamo combattere la dominatrice borghesia senza impersonarla in qualcuno? Vogliamo far sempre delle prediche astratte? in quanto a socialismo, credo che ne facciamo abbastanza (anche troppo! - dice qualche altro lettore - guardate un po'!) e leggendo le nostre storielle allegre chi vuole può trovarci la morale... socialista (28).


Da questa lettera prese l'avvio un divertente plebiscito "asinesco", provocato e richiesto dagli stessi direttori, su come avrebbe dovuto essere l"'Asino", "serio o allegro, duro o moscio", che si sviluppò nelle settimane successive e che manifestò un generale e diffuso consenso per il carattere del giornale (29). Ma del brano che abbiamo letto importa mettere in evidenza un altro punto: della vivacissima polemica contro Crispi, che nel primo triennio del giornale ne costituisce un po' la spina dorsale politica, impariamo che in realtà costituisce una polemica contro "la dominatrice borghesia". Che ciò fosse vero sul piano, per così dire, ideologico, non c'è dubbio; ma che sul terreno dei disegni e delle vignette si andasse molto più avanti di questa dichiarazione di principi, è altrettanto certo: l'anticrispismo dell"'Asino" è efficace e gradevole proprio perché al di là del simbolismo sembra quasi scaturire da motivazioni rivolte all'irrisione sul piano personale, allo scherno, alla caricatura. Che Crispi rappresentasse la borghesia è una premessa, non un elemento esplicito nei disegni o nei testi delle vignette. Di qui il dissenso col lettore di La Spezia, di qui, anche, una delle occasioni in cui l"'Asino" sfugge (non sempre, come vedremo, vi riuscì) al rischio di ridurre la satira e l'umorismo a semplice occasione pedagogica.
L'editoriale del primo numero del 1896 riproponeva, in termini generali, il problema dell'ispirazione del giornale e quello dei suoi rapporti con i lettori:

Al pubblico. Dal primo anno al quinto nel quale l''Asino' è entrato, il successo dei pubblico gli è sempre venuto aumentando. Il pubblico ha compreso che chi non è socialista ha pur bisogno di conoscere la verità; e per questo si è rivolto all'indipendente 'Asino' il quale, senza peli sulla lingua e allegramente, va svelando al popolo tutte le magagne, le turpitudini, le camorre che non costituiscono - come affermano i borghesi - il sottosuolo sociale, ma formano quelle nebbie miasmatiche degli alti strati, che viste dal basso appariscono come il più leggiadro firmamento messo sul mondo. L"Asino' serve al pubblico questo come un buon telescopio per guardare in alto e convincersi che quelle che si soglion chiamare "stelle dirigenti" non sono che bubboni pestiferi pioventi sulla società corruzione, immoralità, iniquità. Lettori dell'"Asino', non lasciatevi sfuggir di mano il telescopio, altrimenti vivrete eternamente al buio.
Ai socialisti. Con voi abbiamo la fede in comune. Non ci dovrebbe essere dunque bisogno d'incitamenti a sostenere un giornale che per la causa dei lavoratori da noi sposata, combatte. Eppure, dobbiamo confessarlo, non è dai socialisti che ci viene il maggior incoraggiamento finanziario. (...) I nostri libri d'amministrazione parlano chiaro: sulla massa dei nostri abbonati appena il 20% sono socialisti. Il resto è costituito da borghesi di tutte le categorie (30).

Colpisce la notizia della scarsità dei lettori socialisti dell"'Asino", forse esagerata per chiedere più sostanziosi consensi, ma colpisce altrettanto per la sua esemplarità il contenuto politico del programma dell"'Asino", rivolto a smascherare "le stelle dirigenti". E' il programma tipico della stampa umoristico-satirica di ispirazione socialista. Sentiamolo anche da un'altra fonte. Roberto Marvasi, nell'articolo programmatico sul primo numero della "Pecora", presentava molto bene gli obbiettivi di denuncia del suo giornale: gli affaristi, gli irresponsabili taglieggiatori del paese dai ministeri, i padri della patria:

Ascoltami - si legge -: tutte le settimane da questo allegro pulpito, da questa esilarante piatta- forma, i miei compagni ed io daremo le più leggiadre sculacciate ai cosiddetti 'padri della patria' i quali (pur non trovandosi nelle condizioni allegre del conte Ugolino) mangiano allegramente la figlia: annesse e connesse carezze analoghe saran prodigate a tutte le marionette più o meno decorate e deplorate della politica, dell'amministrazione e della banca e, con un sistema alquanto cinematografico, ti diremo quale via prendano i quattrini che tu levi alla tua compagna e ai figli tuoi, per pagare le tasse (31).


Su questo terreno, del resto, si misurava uno dei caratteri propri della satira socialista. Si trattava, prima di tutto, di un'aggiunta dottrinaria, di un'accentuazione ideologica collegata più strettamente - rispetto alla polemica politica pura- mente antireazionaria e anticlericale dei democratici - ai temi della protesta sociale, della denuncia dell'ingiustizia, delle condizioni di esistenza dei lavoratori, dello spreco e dei lussi delle classi dominanti, dei loro metodi di governo. Dunque, rispetto alle precedenti tradizioni della satira democratica, c'era un amplia- mento di temi, un allargamento nella caratterizzazione delle classi dominanti, occasioni maggiori, almeno potenzialmente, di irrisione e di attacco.
In realtà vi sono anche alcune tare originarie che rendono la satira socialista raramente efficace, spesso subalterno, difficilmente capace di far sorridere. Il dottrinarismo pedagogico è la prima di esse, la seconda è l'ispirazione manichea e moralistica che la muove. Non che una componente moralistica non sia presente in ogni tipo di satira, ma il moralismo dell'ideologia socialista ha qualche cosa di semplicistico, di subalterno, di piagnucoloso che non riesce a caricare la satira di forza propulsiva. Le condizioni di farne, di povertà, di sfruttamento del proletariato che venivano messe esplicitamente nel piatto della contrapposizione con la borghesia, raramente potevano muovere al riso. Vi è, nell"'Asino", una vera e propria rubrica fissa, dal titolo "Giustizia umana", rivolta a illustrare le ingiuste differenze di tenore di vita e di comportamento fra i ricchi e i poveri - e si tratta proprio di ricchi e di poveri, e non di arroganti padroni e dignitosi proletari. Spesso in pose subumane o nelle fattezze di mendicanti, i poveri patiscono il freddo e la fame e sono cacciati dalle porte dei ricchi da cameriera in livrea o sono allontanati con gesti di stizza da signori grassi e impellicciati. La figura magra del lavoratore, al centro di una misera stanza, in un tugurio, si rivolge mestamente alla sua compagna, che ha un piccolo al seno, dicendole che mancano cibo e coperte; nella vignetta accanto, invece, la risplendente magione di un signore, ospita marito e moglie in un elegante salotto, l'uno in frac l'altra in abito da sera, perennemente nell'incertezza su che cosa ordinare al cuoco per cena, annoiati dall'abbondanza (32). Si trattava prevalentemente, più che di satira o di umorismo, di vignette pedagogiche, dall'intento educativo e dal tono asseverativo. Del resto, il fatto che l"'Asino" resti a lungo un giornale con una fisionomia spuria, a metà fra l'organo di partito, il giornale di propaganda e il foglio umoristico spiega bene questo carattere, che non riguarda soltanto la parte iconografica o le vignette. Nel giornale sono tradizionalmente presenti dialoghi e contraddittori fra contadini e operai, oppure fra commercianti e operai, oppure fra commercianti (il signor Pinguetti) e operai (il lavoratore Magri) o poesiole di intento pedagogico:

Socialista è chi v'inculca
con gran cura e gran talento
i principi e il fondamento
del ben vivere social.
Il borghese è quel cotale
che s'ingrassa e non fa niente
alla faccia della gente
che lavora e muor di fam.
Ma vedrete che un bel giorno
accadrà proprio il contrario:
ei sarà dal proletario
preso a calci nel seder (33).

Nonostante l'accenno al "mondo alla rovescia", a leggerlo oggi, il risvolto efficace dell'"Asino", sembra un altro (34). Ciò che appare ancora di qualche interesse è ciò che tocca temi e corde più profonde, legate alle strutture del riso popolare, al lazzo plebeo, alla smorfia, al calembour goliardico e volgare; e ciò vale anche per la lingua: più è "parlata", popolaresca o addirittura vernacolare e più continua ad essere viva (35). Il giuoco di parole, il linguaggio a volte incapace di tener dietro alla fantasia turbinosa (di qui, continuamente, l'uso di artifici come i puntini di sospensione e gli esclamativi), il sottinteso ammiccante sono i pezzi forti di Podrecca, che tocca i sui punti più alti nel periodo crispino. Ecco il suo commento (fra i tanti) alle sconfitte africane:

Fiorin di delia
ell'è una verità che non è celia
mille volte salvò Crispi l'Italia.
Ma un fatto egli è
che stanco di salvar l'Italia un dì
ora in Africa salva il Tacazzé.
Fiorin sui rami
ma come fece un dì a Calatafimi
ci manda avanti a battersi i salami.
Fior di caffè
molta gloria in tal guisa ci colse un dì
ed ora va a pigliarla in Oculé (36).

Accanto all'uso di inventati toponimi africani nei quali è evidente il doppio senso, anche l'uso dei latino maccheronico, uno strumento di notevoli tradizioni nella letteratura e nella cultura popolare italiana non è privo di una certa efficacia, come in questa parodia, piena anch'essa di doppi sensi, di un discorso elettorale di Crispi:

Me duce, semper licebit ire et redire ad domicilium coactum, aut nodum scorsojum circa collum sibi accomodare et stirare ciancas apud Reginam cogli. Mieragnam universalem proclamavi, omnesque cives acquales ante mieragnám deciaravi. Universac civitates famis causa crepant sine fiato in corporei sed ego subministro cis valde satis rationes sciabo- larum bajonettarum inastatarum. Electores clarissimi! Ite ad urnas compaeti atque solidales et evacuate pro me. qui sum major sed proxime tenens culum-nellus. Alium eligere vultis? De che?! Ego sum qui sum et vos non estis un capsus. Ergo, ut jussi, evacuate pro me. Quod dixi, dixi: si vultis capere, capitisi aliter, ite ad moriendum interfecti vos et mortuacci vestri (37).

Ma in generale, l"'Asino" rispecchia la cultura e la mentalità del socialismo, il suo moralismo subalterno come anche la sua carica polemica: il tema dei militari, sempre rappresentati in monocolo e ridicoli baffetti in compagnia di provocanti donnine, che documentano l'assoluta inutilità dell'esercito (38); o quello dei preti e dell'anticlericalismo, che diverrà dominante dopo i primi del secolo lo potrebbero dimostrare ampiamente. Ma l'ottica che abbiamo prescelto per questa analisi ci spinge su un altro terreno, quello dell'iconografia del proletariato, del popolo, dei poveri.


L'iconografia del proletariato. Occorre prima di tutto distinguere: vi sono due occasioni nella stampa illustrata socialista in cui si manifesta una vera e propria iconografia del proletariato, ed esse danno luogo a immagini e a problemi diversi.
La prima è l'occasione, così frequente nella stampa socialista, dell'allegoria e della mitologia. La sua stessa frequenza è un problema. Coniugata alle grandi ricorrenze, alle celebrazioni delle festività proletarie, ai meccanismi della legittimazione e alle strutture della subcultura socialista che contiene in sé una concezione generale del mondo, una teleologia, una memoria storica e una vera e propria mitologia, - coniugata a tutto ciò, la 'traduzione in termini grafici o pittorici delle allegorie socialiste si lega strettamente al grande nodo del rapporto del socialismo con la tradizione democratica (39).
Il cuore stesso dell'ideologia socialista della Seconda Internazionale che si manifesta, sintetizzato nei simboli di Prometeo liberato, di Spartaco, della Libertà, di Marianna coi berretto frigio. 0 meglio, è un versante di questa ideologia, il versante opposto rispetto a quello dell'Asino paziente e bastonato o delle Vittime del lavoro di Vincenzo Vela; il versante, semmai, del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Vediamo qualche esempio.
Davanti al vecchio tronco cadente del capitalismo - l'allegoria è sull"'Asino" del novembre 1896 -, puntellato e tenuto insieme dal militarismo, dalla chiesa, dalla giustizia di classe, sta un lavoratore con in mano una scure. Vorrebbe abbattere l'albero ma è assalito da una turba di bestie: le serpi della reazione e dello sfruttamento, i gufi dell'assolutismo e degli scandali. Dietro a lui Marianna lo incita avendo in mano la fiaccola della libertà. La didascalia dice: "Parla il socialismo: - E ti meravigli se da quel vecchio tronco escono tutti quegli animalacci? E' inutile, caro mio, che tu ti affanni a distruggere quelle bestie. E' l'albero in cui s'annidano che deve cadere" (40).
Andiamo avanti, sempre sulle pagine dell"'Asino". All'inizio di una strada aspra e tortuosa - il disegno è sull'ultimo numero dell"'Asino" nel 1895 -, il proletariato marcia armato della scure della fede, mentre il cane della reazione e il serpente delle leggi eccezionali lo minacciano. Nella didascalia si legge: "La via del proletariato è tracciata dalla storia. Tentar d'arrestarlo è vano". Alla fine della strada spunta luminoso il sole dell'avvenire" (41). Un anno dopo, ecco la pagina colorata dell"'Asino" dedicata al tema "Il cataclisma sociale e la reazione": all'interno di una fucina il proletariato, in una tenuta a metà fra il fabbro e l'operaio fonditore (la versione moderna di Prometeo?) impugna nella sinistra un martello e nella destra la bandiera del socialismo. La reazione - il prete, il giudice, il militare, il capitalista - cavalcando un ombrello gli si scaglia contro minacciosamente. La poesia che accompagna il disegno dice:

Urlate! Strillate!
Stringetevi in lega
per salvaguardare
la santa bottega!
Armatevi pure
di sacri anatemi;
tirate d'archivio
le spade e gli emblemi;
Le carte beliate
potete cavare
per farci persuasi
ch'è un dritto sfruttare!
E' un mare che monta
è un popolo umano!
Che vale l'ombrello
nel grande uragano?
Guardate il vessillo
dell'umanità
ei sol vittorioso
fra i nembi starà (42).

Simboli elementari e poco elaborati, come si vede, con l'unica eccezione di Marianna, che testimoniano, in generale, di una scarsa sensibilità verso la simbologia assai più complessa in auge presso la socialdemocrazia tedesca, quella inglese e francese e che documentano al tempo stesso della partecipazione a un uni- verso ideologico comune, segnato dalla certezza della vittoria, dalla coscienza delle difficoltà della lotta di classe, dalla fiducia nelle armi (la scure della fede) e nelle bandiere del proletariato.
Ma la mano del disegnatore non è molto felice e quasi sempre i contorni delle figure come le elaborazioni allegoriche non hanno nulla in comune con la limpidezza e l'eleganza del gusto di un William Morris.
Temi necessari, quelli delle allegorie, ma estranei alla sensibilità di Galantara, che si trova più a suo agio sul terreno della caricatura che non su quello della mitologia.
Ciò è vero anche da un altro punto di vista, se scendiamo sul terreno più immediato ed espressivo dell'illustrazione dozzinale, della vignetta, del disegno rapido e ad effetto. Proprio perché predilige la caricatura, Galantara non si trova a suo agio quando deve disegnare i proletari. Salvo un caso o due, i rappresentanti delle classi inferiori disegnati da Galantara corrispondono più a una tipologia di plebe urbana o di idiotismo rurale che non a dignitosi e combattivi proletari. Vediamo prima l'eccezione: la scena rappresenta un barbuto e massiccio operaio, per la precisione un muratore, che porta su una spalla una lunga scala; gli si avvicina un ridicolo gagà in tuba, tight e monocolo e gli domanda: "Scusa, operaio, mi sapresti indicare il café chantant più vicino?". L'operaio lo scruta con calma, e rispondendogli "Per di lì" e indicandogli la strada ruota il busto e la scala che portava sulla spalla colpendo violentemente il signorino. E' una delle pochissime scene "conflittuali" dell"'Asino", una delle rare occasioni in cui a un dignitoso proletario sia affidato il compito - nel presente e non in un ipotetico futuro - di punire il suo avversario di classe (43).
In generale, al contrario, il freddo, la fame, la miseria, mettono in mostra un'umanità beota e priva di pudore. Si può anzi affermare che la penna di Galantara non sa disegnare i tratti di una povertà dignitosa e attiva. Le peggiori maschere contadine della Padana fanno sempre capolino dalle figure macilente dei poveri delle sue vignette. "Babbo - domanda al padre un ragazzo orribile - perchè quegli uomini sono così ben coperti? Oh bella, perchè sono ricchi! E perchè sono ricchi, babbo? Perchè ... noi siamo poveri" (44).
Lo stesso per i due tipi che sulla copertina dell"'Asino" del 1° dicembre 1895 fanno delle "constatazioni criminose" ("Che freddo! Beato lui, quel signore, che ha un buon cappotto! - Zitto, bestia! Vuoi andar a domicilio coatto con queste osservazioni... di classe.") e che sembrano, più che due proletari, due poveri, due mendicanti (45). Si potrà affermare che la distinzione nell'aspetto esteriore non era, negli ultimi decenni dell'Ottocento, cosi consistente fra un povero e un operaio, ma il problema resta quello della sensibilità di Galantara che non è quasi mai capace di presentare, fra i disgraziati e i proletari, differenze morali sensibili.
Assai diversa la mano di Galantara caricaturista di preti, militari e borghesi. Si tratterà, certo, di problemi legati alla sua sensibilità di artista, ma accanto ad essi non sarà da sottovalutare la secchezza e forse addirittura, la povertà della cultura politica che sta dietro all"'Asino". Alcuni dei suoi connotati li abbiamo visti; altri, in negativo, appariranno meglio se confrontati con la grafica e la cultura di Scalarini.
Per quanto generati da ambienti se non identici, certo contigui, in stretto collegamento con lo stesso clima culturale e politico, legati addirittura da esperienze di lavoro nelle stesse città, negli stessi caffè, negli stessi gruppi, Galantara e Scalarini si esprimono su due registri completamente diversi. Ciò dipende, oltre che dalla diversa personalità dei due, anche da una serie di circostanze esterne difficilmente catalogabili, ma delle quali è possibile sottolineare alcuni elementi.
In primo luogo il carattere diverso dei giornali ai quali i due collaborarono. Organo aperto ad ogni tentativo grafico l"'Asino", rivolto a un pubblico ampio e variegato, disposto ad accogliere graziose donnine liberty come scomposte vignette anticlericali, edificanti esempi di "giustizia umana" come poesie di rivolta. Del tutto diverso l'organo del PSI: giornale con caratteri di ufficialità, aveva su di sè la responsabilità politica di esprimere gli orientamenti della direzione e le sue vignette più che colpire un costume dovevano esprimere un giudizio politico. Ma c'è da aggiungere che fra i primi anni di Galantara all''Asino' e i primi anni di Scalarini all"'Avanti!" corre quasi un ventennio e non fu un ventennio propriamente vuoto di esperienze politiche e culturali per il movimento operaio: quando Scalarini pubblica i primi disegni sull"'Avanti! ", anzi, la coppia Galantara-Podrecca ha già vissuto la profonda crisi della guerra di Libia che avrebbe portato Podrecca sul versante filocoloniale. Abbiamo visto, infine, come la politica in senso stretto, con l'importante eccezione del periodo crispino, fosse praticamente un accessorio, ma non la sostanza delle vignette di Galantara. Tutto politico, invece, il disegno di Scalarini, e pienamente socialista la sua ispirazione. Niente, nella simbologia del capitalismo, del militarismo, dello sfruttamento, dell'oscurantismo, è lasciato al caso, sia che la mano unghiuta del capitalista si introduca nella cassa dello Stato, utilizzando i grimaldelli delle forniture militari, sia che il grasso prete adori non, come sull"'Asino", i paffuti adolescenti, bensì le sacre immagini della Libia e delle cedole dei dividendi del Banco di Roma. Sentiamo dalla voce stessa di Scalarini, le cui note inedite Mario De Micheli ha pubblicato e utilizzato con finezza, la caratterizzazione delle forze politiche e sociali interessate all'impresa libica - che è l'avvenimento che fa precipitare la sua maturità di caricaturista politico - fotografate con una precisione simbolica quasi maniacale:

Della banda libica, facevano parte il capitalista, il militare, il fornitore, il nazionalista, il socialista di guerra (riformista), la dama della Croce rossa, lo studentello, il prete di guerra (Banco di Roma). li capitalista è il capo della banda: ha una gran pancia, la bandierina all'occhiello e le dita armate di artigli e cariche di anelli. Di sotto la giacca, pendono i grimaldelli e la corona del rosario. Ha sempre in mano il gruzzolo. Sulla cassaforte si legge talvolta: Patria. li conservatore, suo parente, è in veste da camera, con la papalina sormontata dalle piume di bersagliere, le pantofole con gli sproni, lo spadone e la corona dei rosario. Il militare: uniforme attillata, caramella, il frustino, grossi baffi voltati all'in su, braccialetto, nastrini multicolori sul petto e numerosi distintivi sul braccio, fra i quali una forca. Dall'impugnatura della sciabola pende un arabo impiccato, mentre sul fodero sono incisi i nomi degli eccidi proletari e delle sconfitte. Negli ampi calzoni si vedono due fori avvitati, nei quali si introduce la canna della pompa che serve alla gonfiatura. Alcune volte è la sciabola che serve da pompetta. Il prete di guerra, nato dall'incrocio di un prete con un caporale, porta l'uniforme nera, la berretta con le piume da bersagliere, una crocetta al collo, un cero acceso inastato sul fucile, la sciabola coll'elsa in forma d'un crocifisso, come gli sproni, come la decorazione che porta sul petto, vicino ad un cuore d'argento; lo spegnitoio ad armacollo, e la corona dei rosario pendente dall'impugnatura della sciabola, su cui è inciso: Tripoli laudamus (…). Alcune volte ha il gruzzolo dei Banco di Roma appeso al crocifisso. li giornalista coi cappello di carta, ha la cassetta da lustrascarpe, un sacchetto di biada e uno di sabbia da gettare negli occhi, la grancassa, la tromba, il soffietto, l'imbuto, il retino da farfalle, i ginocchielli, il libro dei dettato, ecc. (46).

L'elenco potrebbe continuare e non cambierebbe il tono quasi brechtiano nella descrizione di personaggi così bene individuati nell'inventario dei simboli che li caratterizzano. Le differenze con Galantara si manifestano ancora con maggiore chiarezza: il militarismo, salottiero e fatuo ufficiale col monocolo e la dama scollacciata sull"'Asino", è per Scalarini una figura drammatica, legata all'immagine della forca, della morte, della brutalità; il capitalista, che da Galantara è per lo più ritratto nell'atto di mangiare, da Scalarini è invece dipinto mentre ruba o scassina le casse dello Stato; in Scalarini la plebe non c'è mai; c'è invece sempre il proletario vindice e sicuro della sua forza.
L'ideologia "marxista" della Seconda Internazionale, si manifesta in Scalarini soprattutto nella immediata individuazione dei nessi, come diremmo oggi, fra politica ed economia. Secondo una formula che sarebbe divenuta molto usata negli anni successivi, i governi non sarebbero stati altro che i comitati d'affari della borghesia, puri travestimenti politici, con tutti gli inutili orpelli che la politica porta con sè, di brutali interessi economici. Tutta la società è dipinta partendo da questo punto di vista. La Lega navale si toglie la maschera a forma di ancora e appare il capitalista che tiene sul panciotto legata a una catena d'orologio una cassaforte di piccole dimensioni con su scritto Patria e la targa: "Trust siderurgico. Dividendo 12%" (47).
Ma vi sono anche, con Galantara, alcune continuità o analogie di ispirazione. In primo luogo, frutto della componente moralistica strettamente legata all'ideologia socialista nel periodo della Seconda Internazionale, si trova una medesima illustrazione della "giustizia umana". In una vignetta di Scalarini, un giudice in toga e tocco impugna nella mano destra sollevata un pugnale e nella sinistra un fucile con la baionetta inastata; sotto il pugnale è scritto: "uccidere così è un delitto", e sotto il fucile con la baionetta: "uccidere così è un eroismo" (48).
L'unico elemento comune di carattere strettamente politico è anch'esso stretta- mente legato ad alcune componenti ideologiche del socialismo della Seconda Internazionale: si tratta della frequente tematizzazione del caroviveri e delle tasse e della denuncia dei torti subiti dal contribuente. Torna qui la vecchia identificazione del proletario con il consumatore, e il costante ricorrere della protesta contro le tasse come elemento di mobilitazione politica di grandi masse. Come nella vignetta intitolata "li nemico", del maggio 1912, nella quale un gruppo di figure in costume di dignitari dell'impero ottomano rappresentano chi l'affitto, chi le tasse, chi la carne a 2,50 lire al chilo, chi il burro a 35 centesimi, chi il pane ecc. (49).
Con il biennio immediatamente successivo alla guerra di Libia, la satira e i toni umoristici della stampa socialista avevano raggiunto il loro livello più elevato e, fra l'anticlericalismo dell"'Asino" e la vignetta politica di Scalarini, il loro migliore grado di elaborazione grafica; si era formata una tradizione ed erano nati degli stili, a volte in sintonia, altre volte isolati dalla cultura letteraria e artistica contemporanea, ma che influenzavano la totalità dell'universo socialista. Pochi mesi ancora e la guerra e le rivoluzioni, avrebbero reso gran parte di quel lavoro solo un ricordo del passato: non sarebbero stati soltanto gli stati liberali a conoscere la loro crisi, ma anche, tutta intera, la cultura del socialismo della Seconda Internazionale. Ancora qualche anno e solo il "Becco giallo" avrebbe documentato di una debole continuità coi passato, mentre l"'Asso di bastoni", il giornale sul quale si erano formati Podrecca e Galantara, sarebbe divenuto il titolo - ma con quale diverso significato - del periodico della sezione di Borgo S. Donnino del Partito nazionale fascista.

 

NOTE

1) M. De Micheli, Scalarini. Vita e disegni del grande caricaturista politico, Milano, 1978, che costituisce la ristampa della prima edizione dei 1962. 2) G. D. Neri, Galantara. Il morso dell'asino, Milano, 1980. Anche in questo caso si tratta della ristampa della precedente edizione del 1965. 3) L'Asino è il popolo: utile, paziente, bastonato, di Podrecca e Galantara (1892/1925), Presentazione di G. Candeloro. Scelta e note di E. Vallini, Milano, 1970. 4) Cfr. le formulazioni, a questo proposito, in G. Roth, I socialdemocratici nella Germania imperiale, Bologna, 1971. Il problema, però, è stato posto negli ultimi anni su di un terreno diverso rispetto all'impostazione di Roth, in fondo ancora troppo legata a una concezione chiusa e corporativa del movimento operaio. Sia nella storiografia italiana che in quella tedesca, infatti, nonostante gli approfondimenti che alcuni studiosi hanno tentato sul terreno aperto da Roth, si privilegiano oggi, giustamente, i problemi dei rapporto fra l'ideologia socialista e la cultura popolare da una parte e gli intellettuali dall'altra. Pone, in generale, questi problemi, G. Turi, Aspetti dell'ideologia dei PSI (1890- 1910), in "Studi storici", a. XXI (1980), n. 1, pp. 61-94, ma è da vedere anche l'introduzione dello stesso al fascicolo di "Movimento operaio e socialista" dedicato a Cultura e editoria socialista (1980, n. 2/3). Cfr. l'intervento che al fascicolo, e più in generale alla problematica della cultura socialista dedica M. Viroli, Socialismo e cultura, in "Studi storici", a. XXII (1981), n. 1, pp. 179-197. 5) Non dedica spazio a questo tipo di giornali il buon lavoro di P. Audenino, Cinquant'anni di stampa operaio. Dall'Unità alla guerra di Libia, Torino, 1976. Una semplice scorsa all'elenco dei titoli nei volumi dedicati ai Periodici della Bibliografia dei socialismo e dei movimento operaio curata dall'ESMOI (Roma, 1956) fa desiderare una ricerca in grado di entrare nelle pieghe affascinanti di questo mondo. Nessuno, che io sappia, ha mai adoperato per uno studio della mentalità e della cultura dei movimento operaio italiano testate del tipo: "Matto grillo", "Papà ficcanaso", "L'affarista alla berlina", "La Gran via", "Pantalone paga", "'La scopa", ecc. 6) "Il Cadavere" (Milano), a. 1, n. 1, 1° novembre 1896. 7) Ibidem. 8) Cfr. i bei saggi di G. Cattaneo, Prosatori e critici dalla Scapigliatura al verismo, e di G. Cusatelli, La poesia dagli scapigliati ai decadenti, in Storia della letteratura italiana, direttori: E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, 1968, rispettivamente alle pp. 269 e sgg. e 491 e sgg. del vol. VIII dedicato alla letteratura Dall'Ottocento al Novecento. Da vedere anche i primi tre capitoli del volume di A. Asor Rosa, La cultura, nella Storia d'Italia Einaudi (voi. IV, t. 2, Torino, 1975, pp. 821-1311). Colpisce il fatto che il tema del rapporto fra socialismo e letteratura costituisca ancora uno degli aspetti meno studiati della storia della cultura italiana fra '800 e '900. Diversa sorte è toccata, ma non per merito principale degli storici della letteratura, ai "poeti della rivolta". Cfr. la bella antologia di P.C. Masini, Poeti della rivolta da Carducci a Lucini, Milano, 1978 e il contemporaneo Dio borghese. Poesia sociale in Italia 1877-1900, a cura e con introduzione di A. Zavaroni, Milano, 1978. Sulla interessante figura di Lucini, ma con ampi riferimenti a problemi di carattere generale, si veda C. Cordié, "Gian Pietro da Core" e la società italiana della fine dell'Ottocento. In appendice: Spirito ribelle di 0. P. Lucini, Catania, 1965. 9) Valga, per tutti gli esempi di rifacimenti umoristici di classici della poesia, il seguente "Il bove", tratto dal n. 1 del "Cadavere", cit.: "T'amo, imbecille, e in cassa un aumento / di cambiali e di chè- ques a me tu infondi / o che affamato e peggio d'un giumento / crepi sui campi liberi e fecondi / o che al giogo inchinandoti contento / l'opra di me vampir cieco secondi; / io ti pungo e ti succhio e tu coi lento / giro de' pellagrosi occhi rispondi. / Da la stamberga tua umida e nera / urli: "Si crepa" e come un inno lieto / il grido nel sereno acre si perde / E de la tua carcassa entro l'austera / magrezza sto ammirando sazio e quieto / il tuo, comodo a me, silenzio verde. 10) Si tratta della Perseveranza che nel numero del 2 novembre 1896, nella rubrica "Notizie cittadine", aveva scritto: "Il cadavere. Ieri ha cominciato nella nostra città le sue pubblicazioni Il Cadavere, giornale socialista settimanale per ora, e umoristico per giunta. Umoristico per modo di dire, perchè è sembrato invece un vero lenzuolo mortuario". 11) La parola di Filippo Turati, in "Il Cadavere", a. 1, n. 1, cit. Sarebbe interessante conoscere più da vicino le origini culturali di queste formulazioni di Turati; si pensi che quattro anni più tardi sarebbe uscito Le rire di Bergson. 12) Il sonetto è citato nel saggio di G. Cusatelli, cit., alla p. 566. L'incontro fra socialismo e bohème aveva dato alcuni dei suoi frutti più significativi in provincia. Cfr. "L'affarista alla berlina", uno dei più noti periodici di ascendenza internazionalista, uscito a Mantova, la città nella quale si sarebbe formato Scalarini. Ecco quanto scriveva Luigi Colli, il direttore, a proposito della conclusione vittoriosa di una campagna per la chiusura di un monte di pietà: "Codesta chiusura è una vittoria dell'onore. Coraggio, fratelli della bohème, letteraria e giornalistica di Mantova. Quando la scapigliatura vòle fermamente à la potenza d'una rivoluzione. Oh sia pur sempre benvenuta la bohème" ("L'affarista alla berlina", a. 11, n. 12, 21 febbraio 1881). 13) La parola di Filippo Turati, in "Il Cadavere", a. 1, n. 1, 1° novembre 1896. 14) Ibidem. 15) Dietro all'atteggiamento di Turati sta tutta la problematica dei grottesco romantico e delle sue immagini e la polemica che contrappone il "vero" umorismo al lazzo "babbeo" e allo sberleffo è la stessa, fatte le debite distinzioni, di quella che si era svolta nel XVIII secolo sulla "decenza" di Arlecchino e sulla sua espulsione dalla scena "seria". Cfr. le pagine che Bachtin dedica a questi punti: M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medioevale e rinascimentale, Torino, 1979, p. 37 e sgg. Sul riso carnevalesco e goliardico, che è una parte dell'esperienza culturale di Podrecca e Calantara ("Il Carnevale è stato un gran livellatore sociale a Bologna: tutti uguali davanti a lui ...... cfr. G.D. Neri, Galantara, cit., p. 16) si veda P. Camporesi, Il paese della fame, Bologna, 1978. Tra le ripetute dichiarazioni, nella cultura politica italiana, favorevoli al "vero" umorismo che non sarebbe quello "volgare", cfr. l'esempio più recente, quello di E. Berlinguer che critica la satira politica quando è ridotta a "puro sberleffo" o a "volgare insulto" in Fortebraccio, A chiare note. Corsivi 1981, Prefazione di E. Berlinguer, Disegni di Passepartout, Roma 1981, p. X. 16) Un mugnaio morto di fame, in "L'Asino quotidiano", a. 1, n. 23, 18 marzo 1895. 17) Mancano studi esaurienti sulle condizioni di vita del proletariato e dei poveri in Italia alla fine dell'800. I lavori più utili e significativi sono fino ad oggi quelli di Stefano Merli (Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano 1880-1900, 2 vv., Firenze, 1972), di Voicker Hunecke (di lui si veda, in particolare, su Milano, il bel libro Arbeiferschaft und Industrielle Revolution in Mailand 1859-1892. Zur Entstebungsgeschichte der italienischen Inclustrie und Arbeiterbewegung, Gottingen 1978) e il n. 15 della rivista "Classe" dedicato al "genocidio pacifico". 18) L'asino è il popolo: utile, paziente, bastonato, cit. pp. 1-2. 19) Ibidem. 20) Incominciando, in "Il Somaro" (Cremona), a. I, n. 1, 1° settembre 1880. Il giornale ha carattere esplicitamente socialista: i suoi articoli di fondo sono dedicati alla trattazione di problemi generali presentati pedagogicamente, del tipo: il socialismo, il collettivismo, ecc.; il suo pubblico è rappresentato dagli "schiavi del progresso". Ecco l'apertura del giornale, a firma Ribelle: "Oh tu che mi leggi, chi sei? Sei povero e lavori per non crepar di fame? Scrivo per te. Sei ricco, invece? Non lavori e vivi... consumando il frutto dei lavoro altrui? Ti sprezzo e ti compassiono, oh parassita, che d'odio non sei degno". 21) "L'Asino" (Firenze), a. 1, n. 1, 30 agosto 1868. 22) Da Apuleio a Guerrazzi si può almeno seguire il percorso dell'Asino nella letteratura. E' quanto ha fatto, ai primi dei secolo, V. Spampanato, Giordano Bruno e la letteratura dell'Asino, Portici, 1904. Restano, tuttavia, fuori dafl'opera dello Spampanato i complessi motivi simbolici dell'asino, da quelli che ebbero fortuna nella goliardia medievale, a quelli di carattere anticlericale e anticristiano a quelli, infine, che si ritroveranno nello Zarathustra di Nietzsche. 23) Cit. in G.C. Masini, Poeti della rivolta, cit., p. 211. 24) "La Pecora" (Napoli), a. 1, n. 1, 1° dicembre 1901. 25) "Pantalone" (Asti), a. 1, n. 1, 1° giugno 1907. 26) Restano ancor oggi di fondamentale importanza per i temi trattati, per i giudizi espressi e per i documenti pubblicati, i testi coi quali si aprì, fra il 1959 e il 1961, la collana "Testi e documenti di storia moderna e contemporanea" dell'Istituto G.C. Feltrinelli alla quale oggi, nel panorama editoriale, non si può che guardare con nostalgia. Cfr. L'Italia radicale. Carteggi di Felice Cavallotti: 1867- 1898, a cura di L. Dalle Nogare e S. Merli, Milano 1959, Democrazia e socialismo in Italia. Carteggi di Napoleone Colajanni. 1878-1898, a cura di S. M. Ganci, Milano 1959; La Scapigliatura democratica. Carteggi di Arcangelo Ghisieri: 1875-1890, a cura di G. C. Masini, Milano, 1961. 27) I grandi umoristi del passato sono individuati dall"'Asino" (a. IV, n. 1, 11 agosto 1895) in "Rabelais, Sterne, Richter". Il "Bononia Ridet" portava inoltre nel frontespizio il celebre passo di Rabelais ("Mieulx est de ris que de larmes eserire pource que rire est le propre de l'homme"). A Sterne e a Jean-Paul (Richter) dedica alcune pagine assai penetranti M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, cit., p. 43 e sgg. 28) "L'Asino", a. IV, n. 4, 1° novembre 1895. 29) Fra le risposte, tutte inneggianti alla "satira pepata" di un "Asino" "duro e allegro", cfr. quelle dei numeri 5 e 7, rispettivamente dell'8 e 15 settembre 1895. 30) "L'Asino", a. V, n. 1, 5 gennaio 1896. 31) P. Marvasi, Il finale, in "La Pecora", a. 1, n. 1, 11 dicembre 1901. 32) Cfr. ad esempio, la vignetta "I godimenti intellettuali" sull"'Asino" dei 15 settembre 1895: a destra, "le serate musicali per oziosi" rappresentano un borghese che ascolta un concerto; a sinistra un lavoratore è invece attorniato da bambini che piangono e dai rumori degli animali che ne dividono i disagi. 33) "L'Asino", 19 febbraio 1901. 34) Cfr. al proposito P. Camporesi, Il paese della fame, cit. 35) Alla ricerca della fortuna di Rabelais nel movimento operaio italiano, mi sono imbattuto nel "Pantagruel" di Giovanni Mennuti, sul quale il giovane Benedetto Croce critica duramente la poesia di M. Rapisardi "Per l'eccidio degli italiani a Saati" contrapponendole il dialoghetto in dialetto napoletano sullo stesso tema di A. Toschi (B. Croce, Poesia e non poesia, in "Pantagruel", a. 1, n. 2, 27 marzo 1887). Non c'è dubbio che alcuni giornali socialisti a carattere umoristico scritti in dialetto o in vernacolo mantengono una notevole vivacità e una notevole ricchezza di trovate. Cfr. ad esempio il "Monello" di Firenze, di A. A. Novelli alla fine degli anni '80 la "Cicala" di Palermo o anche il "Pantagruel" di Sassari. 36) Stornelli abissini, in "L'Asino", a. IV, n. 11, 20 ottobre 1895. 37) "L'Asino quotidiano", a. 1, n. 23, 18 febbraio 1895. 38) Al terna, oltre che numerosissime vignette, sono dedicate anche storielle e versi sciolti. Ecco una poesiola sul contrasto fra le spese militari e "i soldi dei contribuenti": Scrisse un poeta un dì nel Messaggero / Che alle grandi manovre nulla è vero. 1 Son supposti l'attacco e la risposta; 1 li nemico, se perde, lo fa apposta; / S'un guadagna il trofeo della giornata / Vuoi dir ch'era una cosa combinata; / Falsi i colpi di spada e di cannone / feriti e morti; è tutta una finzione / Però, lo creda, in quei divertimenti / Son veri... i soldi dei contribuenti." ("L'Asino", a. IV, n. 1, I I agosto 1895). 39) Cfr. in generale, sul tema dell'iconografia socialista, E. Hobsbawn, Uomo e donna nell'iconografia socialista, in "Studi storici", a. XX, 1979, n. 4, pp. 705-724. 40) "L'Asino", a. V, n. 48, 29 novembre 1896. 41) "L'Asino" a. IV, n. 21, 29 dicembre 1895. 42) "L'Asino", a. V, n. 46, 15 novembre 1896. 43) L'Asino è il popolo: utile, paziente, bastonato, cit. p. 32. Molto significative anche le vignette: Verità storica (ibidem, p. 36) nella quale il braccio muscoloso dei proletariato cancella con un tratto di penna il rapporto Bava sui fatti di Milano del 1898; Le elezioni generali, che ritraggono Giolitti schiacciato dall'immenso dito della volontà popolare ("L'Asino", 9 ottobre 1904). 44) I primi freddi, "L'Asino", a. IV, n. 12, 27 ottobre 1895. V. anche la serie di acquerelli dedicati al tema "La miseria" fra le tavole fuori testo di G. D. Neri, Galantara, cit. nei quali compaiono le stesse maschere abbrutite e (mi permetterei di dire) mal disegnate. 45) Constatazioni criminose, "L'Asino", a. IV, n. 17, 1° dicembre 1895. 46) Cfr. M. De Micheli, Scalarini, cit., p. 43 e sgg. 47) "Avanti!", 2 luglio 1913. 48) "Avanti!", 19 luglio 1913. 49) "Avanti!", 12 maggio 1912.


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