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Colpisce, nella lettera di
Gnocchi-Viani, al di là del paternalistico distacco, il
faticoso sillogismo tramite il quale il vecchio militante giunge
ad ammettere la possibilità di una satira socialista.
Eppure, siamo nel 1896, il giornale esce a Milano, l"'Asino"
di Podrecca e Galantara esiste già e prospera felicemente
e il "Cadavere", lungi dall'essere o dal mostrarsi
come una parodia di certa letteratura truculenta, utilizza al
contrario temi, spunti, schemi che vent'anni prima erano stati
di moda, quando sulla "Plebe" - cui lo stesso Gnocchi-Viani
collaborava attivamente - si potevano leggere le pagine truci
della Milano sconosciuta di Paolo Valera o quando si potevano
trovare sul banco delle novità nella libreria dei Fratelli
Treves i sinistri racconti di Camillo Boito. In realtà,
l'atteggiamento di Gnocchi-Viani testimonia semmai di un distacco
legato alla sfasatura di tempi con la quale si instaura un rapporto
fra il Partito socialista e la cultura letteraria italiana: in
fondo nel decennio che stava alle spalle di quel 1896 proprio
la tradizione truculenta della scapigliatura milanese aveva vistosamente
accennato ad esaurirsi e si erano invece pienamente dispiegate
altre figure ed altre tendenze di fronte alle quali il PSI manifestava
un certo ritardo, dalla Serao al Verga, a De Roberto, a Fogazzaro
(8). Ma come!? - si domanda il direttore della "Critica sociale" - Si andrà in traccia di spirito fra le tombe dei cimiteri? lo penso che l'umorismo sia appunto qualche cosa, sempre, che scaturisce dalla morte. Noi ridiamo, o siamo tentati di ridere, - ci freneremo per convenienza - se vediamo un signore ruzzolare per terra, battere il sedere sul lastrico, tanto più se quel signore camminava tronfio come un monumento semovente. E' il pallone della sua vanità che si è sgonfiato, che è morto. Noi ridiamo quando da una solenne premessa vediamo sbucare una conseguenza minuscola, sbugiardatrice; quando un grande principio ci è presentato da tergo e scopriamo, da uno strappo, che è imbottito di stoppa. Ridiamo di tutti i contrasti che ci svelano il nulla delle cose, il nulla, anche, nostro; ridiamo per tutto ciò che ci dovrebbe far piangere. Ogni risata è un piccolo o grande necrologio (11). Non è chi non veda il carattere artificiale, letterario, intellettualistico di tutta l'argomentazione relativa alla definizione del ridere e della morte; stavano alle spalle di questo atteggiamento gli anni delle Strofe, della Bestemmia contro la vita "per tutto ciò che piange e che dispera / Per ciò che nasce e ciò che va sotterra" (12), dell'esperienza poetica consumata da Turati nelle pieghe della scapigliatura ormai declinante verso l'affettazione e il convenzionale. Ma anche quando l'argomentare guidato dal buon senso pareva prendere il posto della convenzione letteraria, Turati non riusciva a sollevarsi dal luogo comune o dal pregiudizio nella spiegazione della coppia pianto/riso: Forse - proseguiva Turati - trova in ciò spiegazione il fatto - constatato - che in generale i grandi umoristi furono uomini lugubri, qualche volta veri lipemaniaci. La donna - essere meno critico e meno sensibile - non è mai, o ben di rado, umorista. E ciascuno ha conosciuto di quei giovinotti, noti per l'inesauribile brio, delizia delle brigate, che diventano, nella vita domestica, intrattabili, arcigni, cupi come necrofori (13). L'atteggiamento intellettualistico spingeva poi Turati a distinguere criticamente l'umorismo serio, il "vero" umorismo, da quello che ai suoi occhi appariva volgare: Gli è che l'umorismo è intelligenza, è sfrondamento di illusioni, è generalmente ironia, qualche volta sarcasmo - e il fondo di queste cose non è un fondo azzurro. Parlo, s'intende, del vero umorismo, non dei lazzo babbeo, del giuoco di parole sciatto e scempiato. Che cos'è la caricatura, che ci fa tanto ridere? E' anch'essa (ognuno lo comprende) una demolizione. Se questo è in generale, non sarà a mille doppi dell'umorismo socialista? Per noi non si tratta più di vedere il lato caduco delle cose; è tutto l'organismo sociale presente che puzza maledettamente di morto. Questa constatazione è triste - ed è piena di allegrezza nel tempo medesimo. Perché, nel giro eterno delle cose, dalla morte nasce la vita, lo dice molto bene il vostro motto: putrescat ut resurgat. V'è dunque un umorismo che si attacca al vivo per condurlo alla tomba. Ve n'è un altro, a una diversa fase del pensiero e dei fatti, che dal cadavere s'avvia alla vita: che origlia, nella schifosa crisalide, il palpito lieve della farfalla. Il primo piange nel riso, il secondo ride del pianto. Noi siamo le prefiche di un gran funerale e gli araldi di un immenso battesimo (14). La metafora riguarda piuttosto
i destini della società borghese e le pretese del socialismo
che non la satira e l'umorismo e in questa sollecitazione ideologica
dei pianto e dei riso, della vita e della morte sta, a ben guardare,
uno dei principali ostacoli alla piena e disinvolta espressione
di un umorismo socialista. Non sarà un caso che, nonostante
le affermazioni programmatiche di Turati, saranno piuttosto i
calembours non propriamente raffinati dell"'Asino"
ad avere una certa fortuna e gli umori plebei espressi in lazzi
spesso vernacolari ad avere una certa efficace vivacità,
che non l'umorismo raffinato e necroforico del "Cadavere"
(15). Licciana (Massa
Carrara), 16 febbraio. Certo, le condizioni del paese - come del resto metteva in evidenza la letteratura verista dai suburbi sulle rive dei Naviglio alle paludi del Lazio alle zolfatare siciliane, non erano tali da muovere il riso, e ciò valeva particolarmente per le classi inferiori (17). Ma sarebbe stato proprio quando nei confronti del problema della miseria si sarebbero abbandonate le pose letterarie che si sarebbero create le condizioni da una parte per una denuncia politica coniugata con l'organizzazione e la lotta e dall'altra per una satira e un umorismo capaci di mordere il variopinto mondo di contraddizioni e di ingiustizie individuato dai socialisti nella società borghese. Il mondo dell"'Asino". Prima di tutto: perché l"'Asino"? Con tanti possibili titoli a disposizione per un periodico socialista a carattere satirico e umoristico, perché proprio l"'Asino"? Vi sono, secondo me, due ragioni, una immediata, starei per dire esteriore, e una più profonda. Cominciamo dalla prima. ... Dacché Papà Guerrazzi - scrive Podrecca nel primo numero del giornale - ha detto nel suo Asino e nel suo Buco nel muro - solitario monumento d'umorismo vero che l'Italia contrappone all'humour nordico: 'Come l'Asino è il popolo: utile, paziente, bastonato', così ho tratto dal suo Asino quel tanto che basti a fare un programma; come ho cercato di trarre dal suo Buco nel muro quel tanto che ci impedisca di fare... un buco nell'acqua (18). Dunque, un riferimento esplicito
a Guerrazzi il cui passo resterà sempre nel frontespizio
come motto del giornale, e, più in generale, implicitamente,
un collegamento con la tradizione democratica, con una tradizione
di opposizione: Siamo di fronte, in questa significativa dichiarazione programmatica, a un progressivo spostamento di accento dalla formulazione di Guerrazzi che indicava nell'asino il popolo a una metafora che scioglie nell'immagine dell'asino quella di tutta l'umanità e che si avvale di una ulteriore distinzione fra gli asini oppressi e gli asini oppressori. Un puro pretesto, dunque. Ma, allora, perché proprio l"'Asino"? La questione può essere affrontata da un altro punto di vista se si tiene conto del fatto che i giornali che si intitolano l"'Asino" o il "Somaro" non sono pochi. Scorrendo la bibliografia dei periodici curata dall'ESMOI, i titoli di questa natura sfiorano la decina; proviamo a leggere qualche altra motivazione nella scelta dei titoli. L'articolo-programma- del "Somaro" di Cremona ("Giornale semiserio, organo d'un circolo d'ignoranti") si perde in una argomentazione prevalentemente retorico-letteraria: A molti - afferma - è sembrato ostico, rude, irritante il nome di Somaro. Si dubitò ch'egli non rispondesse totalmente all'altezza del mandato, che fosse una palpitante profanazione al nobile, al sublime sacerdozio della stampa. E' necessario, dunque, o Signori, lo sfatare questa cattiva prevenzione (20). E a questo punto, l'autore elenca i quarti di nobiltà letterari del somaro, da Machiavelli a Firenzuola, da Giordano Bruno al Guerrazzi. E l"'Asino" di Firenze: Ciuco presentemente significa popolo, come in antico... Per il popolo fatto da Dio a somiglianza degli uccelli, dei pesci, delle fiere, si scrive questo giornale (...) perché nel tempo della universale emancipazione possa toccare anche all'Asino di avvedersi di essere più forte dei padrone, e allora felicissima notte (21). Tradizione antichissima e simbologia
dai significati complessi, quella dell'asino, con una cospicua
componente anticlericale; ma non è qui possibile addentrarsi
in un simile problema (22). Basterà accennare,
con qualche ulteriore considerazione, al significato che un simbolo
del genere poteva avere nella stampa democratica e socialista
dell'800. Come poteva adattarsi alla caratterizzazione dei popolo
da parte della stampa socialista un animale noto soprattutto
per le sue qualità negative: la stoltezza, soprattutto?
Poteva bastare a riscattarne l'immagine la testardaggine, vista
come qualità positiva, come capacità di muta ma
decisa resistenza? 0 la capacità indiscussa di sferrar
calci? A che cantar
se questa plebe stracca Al contrario, Roberto Marvasi, socialista napoletano, fondatore e direttore del giornale satirico "La Pecora", trae dal paziente animale uno spunto del tutto diverso: Il Popolo: - Pecora, chi sei? La Pecora - lo sono la immagine tua, o popolo oppresso. lo sono, nella macilenta figura, quel che tu sei, o popolo senza pane e senza pace, e sono, nell'atto di spazzare, quel che tu dovresti essere e ancora non sei, o popolo. Il Popolo: - E allora va, pecora consciente; ti compresi, va e spazza; io spazzerò con te (24). Come l'asino, così la pecora: immagine passiva e subalterna cui poteva, per contrasto, essere affidato un compito palingenetico. Ma procediamo ancora di qualche passo servendoci, questa volta di una mediazione ancora più complessa: una maschera. La maschera di Pantalone, così diffusa tra i titoli della pubblicistica socialista e di quella democratica, per quanto esplicito fosse il riferimento alla sua vocazione a pagare per tutti - c'è anche un "Pantalone paga" fra i giornali socialisti - non bastava da sola a dare un'immagine abbastanza ampia del "popolo". Era un puro e semplice simbolo, certo particolarmente ricco se letto attraverso la polemica popolare contro le tasse e i balzelli, ma purtuttavia muto se non accompagnato da ulteriori riferimenti simbolici. Ecco allora il richiamo esplicito di tutto un bestiario di stampo democratico-socialista: Pantalone è il cane fido e bastonato, è la pecora che si lascia tosare quando fa più freddo, è l'asino del mugnaio, che porta la farina e mangia la paglia, è l'ebreo errante, che va sempre e non è mai alla fine. Pantalone è il popolo di Montesquieu, che non ha mai torto e paga per chi l'ha (25). In un movimento sociale rivolto
alla trasformazione radicale della società come il movimento
operaio a ispirazione socialista colpisce la ricorrenza di questi
soggetti simbolici caratterizzati, tutti, da un'attitudine alla
sopportazione e alla calma, da una potenzialità palingenetica,
ma da un presente silenziosamente e passivamente subalterno.
Era, probabilmente, una simbologia che proveniva dall'esperienza
politica della democrazia risorgimentale e dai suoi inascoltati
appelli al popolo che l'avevano condotta alle sconfitte dei '48
e degli anni '50; ma con altrettanta probabilità - lo
vedremo ritornare nelle vignette dell"'Asino" - più
e oltre che il "popolo" un simile bestiario di animali
mansueti voleva indicare i contadini, quelli sui quali aveva
sperato Pisacane come quelli a cui si era rivolto l'internazionalismo
anarchico. Soggetti sociali scarsamente conflittuali nella memoria
politica dell'800 ma ai quali, dall'esterno, si rivolgeva una
predicazione, un richiamo all'azione e alla ribellione, una propaganda
tendente a renderli, appunto, conflittuali. Ecco allora che i
pacifici animali sono dotati nella simbologia socialista di caratteristiche
o strumenti capaci di modificare la loro natura paziente e subalterno:
l'ideologia socialista cerca di sciogliersi dal viluppo delle
tradizioni democratiche facendo maneggiare dall'Asino di Podrecca
e Galantara, come dalla Pecora di Marvasi, delle formidabili
scope che spazzano via una turba brulicante di preti, di militari,
di giudici, di borghesi; oppure sottolineando incessantemente
la capacità dell'asino di sferrar calci e di mordere. Il nostro abbonato
- si chiedeva l"'Asino" - si unisce dunque al procuratore
dei re, il quale non vuole che si tocchi Crispi? E' strano, per
uno che si dice 'più che socialista'. E come possiamo
combattere la dominatrice borghesia senza impersonarla in qualcuno?
Vogliamo far sempre delle prediche astratte? in quanto a socialismo,
credo che ne facciamo abbastanza (anche troppo! - dice qualche
altro lettore - guardate un po'!) e leggendo le nostre storielle
allegre chi vuole può trovarci la morale... socialista
(28). Al pubblico.
Dal primo anno al quinto nel quale l''Asino' è entrato,
il successo dei pubblico gli è sempre venuto aumentando.
Il pubblico ha compreso che chi non è socialista ha pur
bisogno di conoscere la verità; e per questo si è
rivolto all'indipendente 'Asino' il quale, senza peli sulla lingua
e allegramente, va svelando al popolo tutte le magagne, le turpitudini,
le camorre che non costituiscono - come affermano i borghesi
- il sottosuolo sociale, ma formano quelle nebbie miasmatiche
degli alti strati, che viste dal basso appariscono come il più
leggiadro firmamento messo sul mondo. L"Asino' serve al
pubblico questo come un buon telescopio per guardare in alto
e convincersi che quelle che si soglion chiamare "stelle
dirigenti" non sono che bubboni pestiferi pioventi sulla
società corruzione, immoralità, iniquità.
Lettori dell'"Asino', non lasciatevi sfuggir di mano il
telescopio, altrimenti vivrete eternamente al buio. Colpisce la notizia della scarsità dei lettori socialisti dell"'Asino", forse esagerata per chiedere più sostanziosi consensi, ma colpisce altrettanto per la sua esemplarità il contenuto politico del programma dell"'Asino", rivolto a smascherare "le stelle dirigenti". E' il programma tipico della stampa umoristico-satirica di ispirazione socialista. Sentiamolo anche da un'altra fonte. Roberto Marvasi, nell'articolo programmatico sul primo numero della "Pecora", presentava molto bene gli obbiettivi di denuncia del suo giornale: gli affaristi, gli irresponsabili taglieggiatori del paese dai ministeri, i padri della patria: Ascoltami -
si legge -: tutte le settimane da questo allegro pulpito, da
questa esilarante piatta- forma, i miei compagni ed io daremo
le più leggiadre sculacciate ai cosiddetti 'padri della
patria' i quali (pur non trovandosi nelle condizioni allegre
del conte Ugolino) mangiano allegramente la figlia: annesse e
connesse carezze analoghe saran prodigate a tutte le marionette
più o meno decorate e deplorate della politica, dell'amministrazione
e della banca e, con un sistema alquanto cinematografico, ti
diremo quale via prendano i quattrini che tu levi alla tua compagna
e ai figli tuoi, per pagare le tasse (31). Socialista
è chi v'inculca Nonostante l'accenno al "mondo alla rovescia", a leggerlo oggi, il risvolto efficace dell'"Asino", sembra un altro (34). Ciò che appare ancora di qualche interesse è ciò che tocca temi e corde più profonde, legate alle strutture del riso popolare, al lazzo plebeo, alla smorfia, al calembour goliardico e volgare; e ciò vale anche per la lingua: più è "parlata", popolaresca o addirittura vernacolare e più continua ad essere viva (35). Il giuoco di parole, il linguaggio a volte incapace di tener dietro alla fantasia turbinosa (di qui, continuamente, l'uso di artifici come i puntini di sospensione e gli esclamativi), il sottinteso ammiccante sono i pezzi forti di Podrecca, che tocca i sui punti più alti nel periodo crispino. Ecco il suo commento (fra i tanti) alle sconfitte africane: Fiorin di delia Accanto all'uso di inventati toponimi africani nei quali è evidente il doppio senso, anche l'uso dei latino maccheronico, uno strumento di notevoli tradizioni nella letteratura e nella cultura popolare italiana non è privo di una certa efficacia, come in questa parodia, piena anch'essa di doppi sensi, di un discorso elettorale di Crispi: Me duce, semper licebit ire et redire ad domicilium coactum, aut nodum scorsojum circa collum sibi accomodare et stirare ciancas apud Reginam cogli. Mieragnam universalem proclamavi, omnesque cives acquales ante mieragnám deciaravi. Universac civitates famis causa crepant sine fiato in corporei sed ego subministro cis valde satis rationes sciabo- larum bajonettarum inastatarum. Electores clarissimi! Ite ad urnas compaeti atque solidales et evacuate pro me. qui sum major sed proxime tenens culum-nellus. Alium eligere vultis? De che?! Ego sum qui sum et vos non estis un capsus. Ergo, ut jussi, evacuate pro me. Quod dixi, dixi: si vultis capere, capitisi aliter, ite ad moriendum interfecti vos et mortuacci vestri (37). Ma in generale, l"'Asino" rispecchia la cultura e la mentalità del socialismo, il suo moralismo subalterno come anche la sua carica polemica: il tema dei militari, sempre rappresentati in monocolo e ridicoli baffetti in compagnia di provocanti donnine, che documentano l'assoluta inutilità dell'esercito (38); o quello dei preti e dell'anticlericalismo, che diverrà dominante dopo i primi del secolo lo potrebbero dimostrare ampiamente. Ma l'ottica che abbiamo prescelto per questa analisi ci spinge su un altro terreno, quello dell'iconografia del proletariato, del popolo, dei poveri.
Urlate! Strillate! Simboli elementari e poco elaborati,
come si vede, con l'unica eccezione di Marianna, che testimoniano,
in generale, di una scarsa sensibilità verso la simbologia
assai più complessa in auge presso la socialdemocrazia
tedesca, quella inglese e francese e che documentano al tempo
stesso della partecipazione a un uni- verso ideologico comune,
segnato dalla certezza della vittoria, dalla coscienza delle
difficoltà della lotta di classe, dalla fiducia nelle
armi (la scure della fede) e nelle bandiere del proletariato. Della banda libica, facevano parte il capitalista, il militare, il fornitore, il nazionalista, il socialista di guerra (riformista), la dama della Croce rossa, lo studentello, il prete di guerra (Banco di Roma). li capitalista è il capo della banda: ha una gran pancia, la bandierina all'occhiello e le dita armate di artigli e cariche di anelli. Di sotto la giacca, pendono i grimaldelli e la corona del rosario. Ha sempre in mano il gruzzolo. Sulla cassaforte si legge talvolta: Patria. li conservatore, suo parente, è in veste da camera, con la papalina sormontata dalle piume di bersagliere, le pantofole con gli sproni, lo spadone e la corona dei rosario. Il militare: uniforme attillata, caramella, il frustino, grossi baffi voltati all'in su, braccialetto, nastrini multicolori sul petto e numerosi distintivi sul braccio, fra i quali una forca. Dall'impugnatura della sciabola pende un arabo impiccato, mentre sul fodero sono incisi i nomi degli eccidi proletari e delle sconfitte. Negli ampi calzoni si vedono due fori avvitati, nei quali si introduce la canna della pompa che serve alla gonfiatura. Alcune volte è la sciabola che serve da pompetta. Il prete di guerra, nato dall'incrocio di un prete con un caporale, porta l'uniforme nera, la berretta con le piume da bersagliere, una crocetta al collo, un cero acceso inastato sul fucile, la sciabola coll'elsa in forma d'un crocifisso, come gli sproni, come la decorazione che porta sul petto, vicino ad un cuore d'argento; lo spegnitoio ad armacollo, e la corona dei rosario pendente dall'impugnatura della sciabola, su cui è inciso: Tripoli laudamus ( ). Alcune volte ha il gruzzolo dei Banco di Roma appeso al crocifisso. li giornalista coi cappello di carta, ha la cassetta da lustrascarpe, un sacchetto di biada e uno di sabbia da gettare negli occhi, la grancassa, la tromba, il soffietto, l'imbuto, il retino da farfalle, i ginocchielli, il libro dei dettato, ecc. (46). L'elenco potrebbe continuare
e non cambierebbe il tono quasi brechtiano nella descrizione
di personaggi così bene individuati nell'inventario dei
simboli che li caratterizzano. Le differenze con Galantara si
manifestano ancora con maggiore chiarezza: il militarismo, salottiero
e fatuo ufficiale col monocolo e la dama scollacciata sull"'Asino",
è per Scalarini una figura drammatica, legata all'immagine
della forca, della morte, della brutalità; il capitalista,
che da Galantara è per lo più ritratto nell'atto
di mangiare, da Scalarini è invece dipinto mentre ruba
o scassina le casse dello Stato; in Scalarini la plebe non c'è
mai; c'è invece sempre il proletario vindice e sicuro
della sua forza.
NOTE 1) M. De Micheli, Scalarini. Vita e disegni del grande caricaturista politico, Milano, 1978, che costituisce la ristampa della prima edizione dei 1962. 2) G. D. Neri, Galantara. Il morso dell'asino, Milano, 1980. Anche in questo caso si tratta della ristampa della precedente edizione del 1965. 3) L'Asino è il popolo: utile, paziente, bastonato, di Podrecca e Galantara (1892/1925), Presentazione di G. Candeloro. Scelta e note di E. Vallini, Milano, 1970. 4) Cfr. le formulazioni, a questo proposito, in G. Roth, I socialdemocratici nella Germania imperiale, Bologna, 1971. Il problema, però, è stato posto negli ultimi anni su di un terreno diverso rispetto all'impostazione di Roth, in fondo ancora troppo legata a una concezione chiusa e corporativa del movimento operaio. Sia nella storiografia italiana che in quella tedesca, infatti, nonostante gli approfondimenti che alcuni studiosi hanno tentato sul terreno aperto da Roth, si privilegiano oggi, giustamente, i problemi dei rapporto fra l'ideologia socialista e la cultura popolare da una parte e gli intellettuali dall'altra. Pone, in generale, questi problemi, G. Turi, Aspetti dell'ideologia dei PSI (1890- 1910), in "Studi storici", a. XXI (1980), n. 1, pp. 61-94, ma è da vedere anche l'introduzione dello stesso al fascicolo di "Movimento operaio e socialista" dedicato a Cultura e editoria socialista (1980, n. 2/3). Cfr. l'intervento che al fascicolo, e più in generale alla problematica della cultura socialista dedica M. Viroli, Socialismo e cultura, in "Studi storici", a. XXII (1981), n. 1, pp. 179-197. 5) Non dedica spazio a questo tipo di giornali il buon lavoro di P. Audenino, Cinquant'anni di stampa operaio. Dall'Unità alla guerra di Libia, Torino, 1976. Una semplice scorsa all'elenco dei titoli nei volumi dedicati ai Periodici della Bibliografia dei socialismo e dei movimento operaio curata dall'ESMOI (Roma, 1956) fa desiderare una ricerca in grado di entrare nelle pieghe affascinanti di questo mondo. Nessuno, che io sappia, ha mai adoperato per uno studio della mentalità e della cultura dei movimento operaio italiano testate del tipo: "Matto grillo", "Papà ficcanaso", "L'affarista alla berlina", "La Gran via", "Pantalone paga", "'La scopa", ecc. 6) "Il Cadavere" (Milano), a. 1, n. 1, 1° novembre 1896. 7) Ibidem. 8) Cfr. i bei saggi di G. Cattaneo, Prosatori e critici dalla Scapigliatura al verismo, e di G. Cusatelli, La poesia dagli scapigliati ai decadenti, in Storia della letteratura italiana, direttori: E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, 1968, rispettivamente alle pp. 269 e sgg. e 491 e sgg. del vol. VIII dedicato alla letteratura Dall'Ottocento al Novecento. Da vedere anche i primi tre capitoli del volume di A. Asor Rosa, La cultura, nella Storia d'Italia Einaudi (voi. IV, t. 2, Torino, 1975, pp. 821-1311). Colpisce il fatto che il tema del rapporto fra socialismo e letteratura costituisca ancora uno degli aspetti meno studiati della storia della cultura italiana fra '800 e '900. Diversa sorte è toccata, ma non per merito principale degli storici della letteratura, ai "poeti della rivolta". Cfr. la bella antologia di P.C. Masini, Poeti della rivolta da Carducci a Lucini, Milano, 1978 e il contemporaneo Dio borghese. Poesia sociale in Italia 1877-1900, a cura e con introduzione di A. Zavaroni, Milano, 1978. Sulla interessante figura di Lucini, ma con ampi riferimenti a problemi di carattere generale, si veda C. Cordié, "Gian Pietro da Core" e la società italiana della fine dell'Ottocento. In appendice: Spirito ribelle di 0. P. Lucini, Catania, 1965. 9) Valga, per tutti gli esempi di rifacimenti umoristici di classici della poesia, il seguente "Il bove", tratto dal n. 1 del "Cadavere", cit.: "T'amo, imbecille, e in cassa un aumento / di cambiali e di chè- ques a me tu infondi / o che affamato e peggio d'un giumento / crepi sui campi liberi e fecondi / o che al giogo inchinandoti contento / l'opra di me vampir cieco secondi; / io ti pungo e ti succhio e tu coi lento / giro de' pellagrosi occhi rispondi. / Da la stamberga tua umida e nera / urli: "Si crepa" e come un inno lieto / il grido nel sereno acre si perde / E de la tua carcassa entro l'austera / magrezza sto ammirando sazio e quieto / il tuo, comodo a me, silenzio verde. 10) Si tratta della Perseveranza che nel numero del 2 novembre 1896, nella rubrica "Notizie cittadine", aveva scritto: "Il cadavere. Ieri ha cominciato nella nostra città le sue pubblicazioni Il Cadavere, giornale socialista settimanale per ora, e umoristico per giunta. Umoristico per modo di dire, perchè è sembrato invece un vero lenzuolo mortuario". 11) La parola di Filippo Turati, in "Il Cadavere", a. 1, n. 1, cit. Sarebbe interessante conoscere più da vicino le origini culturali di queste formulazioni di Turati; si pensi che quattro anni più tardi sarebbe uscito Le rire di Bergson. 12) Il sonetto è citato nel saggio di G. Cusatelli, cit., alla p. 566. L'incontro fra socialismo e bohème aveva dato alcuni dei suoi frutti più significativi in provincia. Cfr. "L'affarista alla berlina", uno dei più noti periodici di ascendenza internazionalista, uscito a Mantova, la città nella quale si sarebbe formato Scalarini. Ecco quanto scriveva Luigi Colli, il direttore, a proposito della conclusione vittoriosa di una campagna per la chiusura di un monte di pietà: "Codesta chiusura è una vittoria dell'onore. Coraggio, fratelli della bohème, letteraria e giornalistica di Mantova. Quando la scapigliatura vòle fermamente à la potenza d'una rivoluzione. Oh sia pur sempre benvenuta la bohème" ("L'affarista alla berlina", a. 11, n. 12, 21 febbraio 1881). 13) La parola di Filippo Turati, in "Il Cadavere", a. 1, n. 1, 1° novembre 1896. 14) Ibidem. 15) Dietro all'atteggiamento di Turati sta tutta la problematica dei grottesco romantico e delle sue immagini e la polemica che contrappone il "vero" umorismo al lazzo "babbeo" e allo sberleffo è la stessa, fatte le debite distinzioni, di quella che si era svolta nel XVIII secolo sulla "decenza" di Arlecchino e sulla sua espulsione dalla scena "seria". Cfr. le pagine che Bachtin dedica a questi punti: M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medioevale e rinascimentale, Torino, 1979, p. 37 e sgg. Sul riso carnevalesco e goliardico, che è una parte dell'esperienza culturale di Podrecca e Calantara ("Il Carnevale è stato un gran livellatore sociale a Bologna: tutti uguali davanti a lui ...... cfr. G.D. Neri, Galantara, cit., p. 16) si veda P. Camporesi, Il paese della fame, Bologna, 1978. Tra le ripetute dichiarazioni, nella cultura politica italiana, favorevoli al "vero" umorismo che non sarebbe quello "volgare", cfr. l'esempio più recente, quello di E. Berlinguer che critica la satira politica quando è ridotta a "puro sberleffo" o a "volgare insulto" in Fortebraccio, A chiare note. Corsivi 1981, Prefazione di E. Berlinguer, Disegni di Passepartout, Roma 1981, p. X. 16) Un mugnaio morto di fame, in "L'Asino quotidiano", a. 1, n. 23, 18 marzo 1895. 17) Mancano studi esaurienti sulle condizioni di vita del proletariato e dei poveri in Italia alla fine dell'800. I lavori più utili e significativi sono fino ad oggi quelli di Stefano Merli (Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano 1880-1900, 2 vv., Firenze, 1972), di Voicker Hunecke (di lui si veda, in particolare, su Milano, il bel libro Arbeiferschaft und Industrielle Revolution in Mailand 1859-1892. Zur Entstebungsgeschichte der italienischen Inclustrie und Arbeiterbewegung, Gottingen 1978) e il n. 15 della rivista "Classe" dedicato al "genocidio pacifico". 18) L'asino è il popolo: utile, paziente, bastonato, cit. pp. 1-2. 19) Ibidem. 20) Incominciando, in "Il Somaro" (Cremona), a. I, n. 1, 1° settembre 1880. Il giornale ha carattere esplicitamente socialista: i suoi articoli di fondo sono dedicati alla trattazione di problemi generali presentati pedagogicamente, del tipo: il socialismo, il collettivismo, ecc.; il suo pubblico è rappresentato dagli "schiavi del progresso". Ecco l'apertura del giornale, a firma Ribelle: "Oh tu che mi leggi, chi sei? Sei povero e lavori per non crepar di fame? Scrivo per te. Sei ricco, invece? Non lavori e vivi... consumando il frutto dei lavoro altrui? Ti sprezzo e ti compassiono, oh parassita, che d'odio non sei degno". 21) "L'Asino" (Firenze), a. 1, n. 1, 30 agosto 1868. 22) Da Apuleio a Guerrazzi si può almeno seguire il percorso dell'Asino nella letteratura. E' quanto ha fatto, ai primi dei secolo, V. Spampanato, Giordano Bruno e la letteratura dell'Asino, Portici, 1904. Restano, tuttavia, fuori dafl'opera dello Spampanato i complessi motivi simbolici dell'asino, da quelli che ebbero fortuna nella goliardia medievale, a quelli di carattere anticlericale e anticristiano a quelli, infine, che si ritroveranno nello Zarathustra di Nietzsche. 23) Cit. in G.C. Masini, Poeti della rivolta, cit., p. 211. 24) "La Pecora" (Napoli), a. 1, n. 1, 1° dicembre 1901. 25) "Pantalone" (Asti), a. 1, n. 1, 1° giugno 1907. 26) Restano ancor oggi di fondamentale importanza per i temi trattati, per i giudizi espressi e per i documenti pubblicati, i testi coi quali si aprì, fra il 1959 e il 1961, la collana "Testi e documenti di storia moderna e contemporanea" dell'Istituto G.C. Feltrinelli alla quale oggi, nel panorama editoriale, non si può che guardare con nostalgia. Cfr. L'Italia radicale. Carteggi di Felice Cavallotti: 1867- 1898, a cura di L. Dalle Nogare e S. Merli, Milano 1959, Democrazia e socialismo in Italia. Carteggi di Napoleone Colajanni. 1878-1898, a cura di S. M. Ganci, Milano 1959; La Scapigliatura democratica. Carteggi di Arcangelo Ghisieri: 1875-1890, a cura di G. C. Masini, Milano, 1961. 27) I grandi umoristi del passato sono individuati dall"'Asino" (a. IV, n. 1, 11 agosto 1895) in "Rabelais, Sterne, Richter". Il "Bononia Ridet" portava inoltre nel frontespizio il celebre passo di Rabelais ("Mieulx est de ris que de larmes eserire pource que rire est le propre de l'homme"). A Sterne e a Jean-Paul (Richter) dedica alcune pagine assai penetranti M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, cit., p. 43 e sgg. 28) "L'Asino", a. IV, n. 4, 1° novembre 1895. 29) Fra le risposte, tutte inneggianti alla "satira pepata" di un "Asino" "duro e allegro", cfr. quelle dei numeri 5 e 7, rispettivamente dell'8 e 15 settembre 1895. 30) "L'Asino", a. V, n. 1, 5 gennaio 1896. 31) P. Marvasi, Il finale, in "La Pecora", a. 1, n. 1, 11 dicembre 1901. 32) Cfr. ad esempio, la vignetta "I godimenti intellettuali" sull"'Asino" dei 15 settembre 1895: a destra, "le serate musicali per oziosi" rappresentano un borghese che ascolta un concerto; a sinistra un lavoratore è invece attorniato da bambini che piangono e dai rumori degli animali che ne dividono i disagi. 33) "L'Asino", 19 febbraio 1901. 34) Cfr. al proposito P. Camporesi, Il paese della fame, cit. 35) Alla ricerca della fortuna di Rabelais nel movimento operaio italiano, mi sono imbattuto nel "Pantagruel" di Giovanni Mennuti, sul quale il giovane Benedetto Croce critica duramente la poesia di M. Rapisardi "Per l'eccidio degli italiani a Saati" contrapponendole il dialoghetto in dialetto napoletano sullo stesso tema di A. Toschi (B. Croce, Poesia e non poesia, in "Pantagruel", a. 1, n. 2, 27 marzo 1887). Non c'è dubbio che alcuni giornali socialisti a carattere umoristico scritti in dialetto o in vernacolo mantengono una notevole vivacità e una notevole ricchezza di trovate. Cfr. ad esempio il "Monello" di Firenze, di A. A. Novelli alla fine degli anni '80 la "Cicala" di Palermo o anche il "Pantagruel" di Sassari. 36) Stornelli abissini, in "L'Asino", a. IV, n. 11, 20 ottobre 1895. 37) "L'Asino quotidiano", a. 1, n. 23, 18 febbraio 1895. 38) Al terna, oltre che numerosissime vignette, sono dedicate anche storielle e versi sciolti. Ecco una poesiola sul contrasto fra le spese militari e "i soldi dei contribuenti": Scrisse un poeta un dì nel Messaggero / Che alle grandi manovre nulla è vero. 1 Son supposti l'attacco e la risposta; 1 li nemico, se perde, lo fa apposta; / S'un guadagna il trofeo della giornata / Vuoi dir ch'era una cosa combinata; / Falsi i colpi di spada e di cannone / feriti e morti; è tutta una finzione / Però, lo creda, in quei divertimenti / Son veri... i soldi dei contribuenti." ("L'Asino", a. IV, n. 1, I I agosto 1895). 39) Cfr. in generale, sul tema dell'iconografia socialista, E. Hobsbawn, Uomo e donna nell'iconografia socialista, in "Studi storici", a. XX, 1979, n. 4, pp. 705-724. 40) "L'Asino", a. V, n. 48, 29 novembre 1896. 41) "L'Asino" a. IV, n. 21, 29 dicembre 1895. 42) "L'Asino", a. V, n. 46, 15 novembre 1896. 43) L'Asino è il popolo: utile, paziente, bastonato, cit. p. 32. Molto significative anche le vignette: Verità storica (ibidem, p. 36) nella quale il braccio muscoloso dei proletariato cancella con un tratto di penna il rapporto Bava sui fatti di Milano del 1898; Le elezioni generali, che ritraggono Giolitti schiacciato dall'immenso dito della volontà popolare ("L'Asino", 9 ottobre 1904). 44) I primi freddi, "L'Asino", a. IV, n. 12, 27 ottobre 1895. V. anche la serie di acquerelli dedicati al tema "La miseria" fra le tavole fuori testo di G. D. Neri, Galantara, cit. nei quali compaiono le stesse maschere abbrutite e (mi permetterei di dire) mal disegnate. 45) Constatazioni criminose, "L'Asino", a. IV, n. 17, 1° dicembre 1895. 46) Cfr. M. De Micheli, Scalarini, cit., p. 43 e sgg. 47) "Avanti!", 2 luglio 1913. 48) "Avanti!", 19 luglio 1913. 49) "Avanti!", 12 maggio 1912. |
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